sabato 26 settembre 2015

Dimartedì.
 
 
Era di martedì?

No, non ne era certa.

Era un giorno della settimana che non era né lunedì, né venerdì.

Forse giovedì. Sì, forse giovedì.

Ma non si andava a scuola giovedì pomeriggio?

Le venne un dubbio: forse era di martedì ed anche di giovedì. 

Dipendeva dai turni.

A scuola la mattina: martedì.

A scuola al pomeriggio: giovedì. 

Forse.

Era un dettaglio quasi insignificante, ma per la sua orrenda memoria da pachiderma voleva dire molto.

Ricordare era diventato quasi un suo vanto e quindi: martedì o giovedì? 

Si impose di interrompere quell’esercizio mnemonico: non era così importante, oggi.

Il pensiero era andato a quei giorni alternati per colpa di un piatto, anzi di alcuni piatti di ceramica bianca. 

Ricordava benissimo il giorno ed il momento in cui li aveva avuti in dono: momenti concitati di smobilitazione di case e ricordi.

"Ti interessa? Lo vuoi?" e lei, stordita da tutto quel aprire, catalogare, chiudere ed impacchettare oggetti, acconsentiva.

Immersa in tutto quel gusto che a lei mancava; travolta da quei tanti piccoli dettagli che cercava di mandare a mente velocemente per poterli poi replicare in quel futuro che sperava di poter gustare e vivere meglio di quel momento.

Tanti oggetti ed ognuno con una sua storia.

Alcune le conosceva; altre le sentiva sue perché erano anche i suoi ricordi e le sue stesse sensazioni ad esserle ritrasmesse da quegli stessi oggetti che le passavano per le mani e che diligentemente impacchettava per riporli in scatole da aprire altrove, per un’altra vita.

Arrivarono infine quei piatti: degli onesti piatti da dolce con decorazioni tipiche di quell'Inghilterra che faceva parte dei suoi sogni di qualche anno prima.

Alfabeti e numeri romani a significare un eterno orologio e degli strani gattini dallo sguardo umano posati artificiosamente in un paniere.

"No, quelli no. Non li tengo"

Li aveva già incartati in quella plastica con le mille bollicine.

"Ti dispiace se li tengo io?"

In quei momenti di furore da trasloco era difficile chiedere, non voleva sembrare invadente: era già tutto tanto doloroso. 

Quei piatti le piacevano proprio: li tenne.

Arrivata a casa, li ripose diligentemente insieme ad altri loro simili adibiti al servizio del dessert. Erano scompagnati e non erano neppure 4. Vennero destinati a prestarsi come gentili portate per cioccolatini pregiati per Natale od altre feste particolari.

Una volta ripuliti, tornavano nel loro buio rifugio.

Non pensò mai fossero di particolare valore, ma le erano cari.

Forse per quel senso di Inghilterra che aveva tanto amato e mai potuto veramente vivere.

La vita, a volte......

La vita, a volte, gioca con noi.

Molti anni dopo, riuscì ad avere una piattaia: la desiderava da tanto tempo pur non avendo i piatti giusti da esporre.

Le piaceva l'idea, ma non aveva mai pensato a comperarsi dei piatti degni.

Una sera la trovò posizionata in cucina cosi come l'aveva pensata, ma VUOTA.

Aprì la credenza, cercò e trovò dei piatti con scritte arabe che aveva scelto molti anni prima: li posizionò e capì che li aveva comprati proprio per quella piattaia, anche se la piattaia all’epoca non esisteva ancora.

E poi?

Riaprì, ricercò ed ecco quei piatti bianchi con lettere e numeri e gattini: quell'idea di Inghilterra che su di una piattaia di sapore antico sarebbe stata perfetta.

Sì, le piaceva.

Rimirà il risultato e scattò una foto con domande e dedica

"Contaminazioni culturali: me le ha insegnate tua madre, anche se non si ricorda da dove arrivano i piatti bianchi"

"Non sono sicura, ma penso siano di mia nonna …."

Erano le parole della sua amica, quell’amica che aveva la capacità di farla viaggiare velocemente a ritroso nel tempo.

Le era già successo di aprire, con lei e solo con lei, una finestra con vista sul passato.

Era martedì o giovedì?

Era martedì o giovedì quando saliva le scale di quel palazzo rivestito di marmo bianco?

Suonava il campanello e la porta si apriva su uno strano mondo abitato da quella donna che tanto le ricordava un personaggio da romanzo giallo: nei tratti si intravedeva una bellezza lontana, in quel presente era ormai piuttosto rotonda, una voce squillante, uno sguardo ardito e luccicante ed un sorriso sempre pronto.

Profumo di frullato di frutta.  

Attorniata da gatti e questo non era un dettaglio.

Ne ricordava uno in particolare: il duca di Gloucester. Un gatto gigante, bianco e rosso, due occhi grandi ed intensi, forti artigli in mostra poco inclini alla socialità.

In quel viaggio a ritroso, le vennero in mente i pomeriggi passati accoccolate sui tappeti ad ascoltare musica di dischi a 45 giri, che arrivava da un improbabile mobile con giradischi mono. Loro due sedute, quasi sdraiate,  sotto una specchiera che arrivava fino al soffitto.

La porta del salotto restava chiusa per tutto il tempo in cui erano lì, prese a fantasticare del futuro o del presente cullate da quel suono a bassa fedeltà. A volte, la nonna appariva senza quasi far rumore per chiedere e capire. Si sedeva accanto a loro e sembrava così vicina, molto più vicina di quanto la sua età le permettesse di essere.

Un giorno, mentre piagnucolava sulla sua poca avvenenza, la nonna interruppe la sua lamentela: "Mi ricordi la figlia di un mio amico Inglese, le somigli veramente tanto.”

Arrossì.

Aggiunse "Come te, anche lei aveva un naso...un naso importante: è diventata una donna molto affascinante! La bellezza è anche personalità, ricordatelo!"

Arrossì ancora di più.

Quel sapore di Inghilterra che non avrebbe mai conosciuto.

Se quei piatti erano veramente i suoi, le pareva adesso più chiaro il perché le fossero stati così cari in tutto quel tempo.

Quel senso di Inghilterra, quei gatti quasi invadenti, quella specchiera che arrivava fino al cielo: quella promessa di un futuro migliore di quel presente così pesante.

Lasciamo qualcosa di noi in ogni oggetto che ci è appartenuto.

Gli oggetti non sono nulla, ma il nostro segno ha sempre un senso.

Quel senso di Inghilterra era ancora presente dentro di lei.

lunedì 21 settembre 2015

SOLITUDINI


SOLITUDINI

Quando lo aveva incontrato?

Se lo chiedeva spesso, ma le risposte non la convincevano.

Il tempo vissuto in continuità inganna: ieri sembra una settimana fa, mentre un anno fa pare ieri.

Non riusciva a collocare il momento, il preciso istante in cui aveva smesso di essere uno dei tanti per diventare una persona degna della sua attenzione.

Ci avevano provato anche insieme a tracciare quel momento, eppure non ricordava di averlo visto arrivare con i capelli lunghi fino alle spalle.

No, non lo ricordava proprio.
Ricordava piuttosto vagamente di averlo intravisto tra altri volti, ma senza troppa attenzione.
Era  molto selettiva e già da un po’ aveva deciso che non valeva la pena di perdere tempo: sentiva  di non averne una riserva inesauribile e quindi i suoi occhi, ancora prima della sua mente, escludevano tutto ciò che non le pareva  interessante.
Sembrava sentire il ticchettio di un timer: non aveva più tutto il tempo che avrebbe voluto, ma solo una parte.
Comunque, non aveva alcun ricordo di lui fino a quella sera.
Una sera diversa, tirata a lustro da un'atmosfera di festa che non sentiva più: una di quelle serate di ricorrenze obbligate che le stracciavano i sentimenti.
Cosa c'era da festeggiare?
Natale, sì era un sera poco prima del Natale.
Non era pronta a festeggiare, era ancora troppo presto. Tutta quella allegria forzata: le luci, i pacchetti luccicanti, i baci e gli auguri tra sconosciuti.....no, non era pronta.
Ma quello era il gioco ed a quello si doveva giocare.
Nascosta sotto la sua veste di scena ufficiale, ascoltava la propria chiacchera indolente con emeriti estranei.
Un sorriso ed un tono collaudato: lo usava già tutto il giorno e tutti i giorni e  qualche ora in piu o in meno non faceva differenza.
"Chi ha scelto questo ristorante?"
"Hai sentito? Gianni non viene: se beve troppo, poi non riesce a tornare a casa"
"Ci siamo tutti???? Manca qualcuno???"
"Aspettate, Corrado sta parcheggiando!"
"Il posto merita: c'è una rocca dei Visconti ancora in ottimo stato"
Ascoltava e si chiedeva come facessero ad essere tutti cosi bravi a riempire il silenzio: perché era quello che facevano, in fondo a nessuno interessava essere lì.
Era  una liturgia che lei stessa aveva voluto quando ancora credeva nella “magia del Natale”; qualcosa poi si era rotto, ma la liturgia rimaneva intatta e sopravviveva a lei stessa.
Lei era lì e  ne era spettatrice: non si lamentava, andava bene cosi.
Un po’ di noia, forse, ma la serata se ne sarebbe andata via velocemente.
Il tempo di una cena , di un brindisi e di tanti auguri.
Auguri di cosa, poi.
Stava lì, fuori dal ristorante insieme agli altri,  quando la quiete della sera di quel borgo fuori città venne rotta da un rumore assordante.
Dal silenzio al caos più totale: le chiacchiere inutili si tacquero accompagnate da una smorfia infastidita
VROOOOOOM VROOOOUJMMM VRR
"E schiantati, cretino!"
Fu proprio la sua la prima voce, alta, netta e soprattutto infastidita: detestava i centauri idioti, quelli che ti fan sobbalzare di spavento senza motivo.
In una strada di campagna poco illuminata,  in una sera poco prima di natale: poteva essere solo un cretino!
"E’ Chicco! Se va avanti così… hai ragione:prima o poi si schianta!"
Per lei il nome era esclusivamente collegato all’obbligo di inserire  il riso nei menu: era quello diversamente alimentato.
Arrivò con andatura ciondolante, si tolse il casco, abbracciò con  trasporto il suo collega più anziano e poi si  girò verso di lei sorridendo.
In quel momento lo vide per la prima volta.
Gli sorrise.
Un sorriso allo specchio.
Non si parlarono per tutta la serata.
Non era necessario.