lunedì 31 ottobre 2016


Esercizi d’arte

Ricordo ancora il mio volto

di un tempo,

che sempre più spesso

strizza l’occhio,

quello destro,

quello fuori dal perimetro dello specchio:

rettangolo crudele di realtà.

Rinata immagine

di un cubismo interiore,

violento.

Non riconosco il mio volto,

mi celo al mio sguardo.

Soffio il naso

cercandolo a caso.

S.M. tdr 31/10/16
FOTO: WEB FALSI D'AUTORE










PUNTI DI VISTA
Lo sguardo penetra dalla serratura:

e’ un punto di vista,

limitato dal bordo.

Non arrivi ancora.

Potrei prendere un aereo e venire da te.

Potrei prendere l’auto e venire da te.

Potrei usare i piedi

e correre

per venire da te,

ma non so dove sei.

Non mi muovo,

appuntisco lo sguardo.

La pupilla sempre più stretta,

vorrei catturare luce

e venire da te

S.M. tdr 31/10/16
FOTO WEB

domenica 30 ottobre 2016











Memoria
Devo affrettarmi

a chiudere i vetri,

abbassare le tapparelle,

sbarrare la porta,

sigillare ogni fuga-

Devo richiudermi,

che non ci sia una singola goccia

che possa passare.

Una saracinesca potente

per bloccare quel fiume cloaca

che mi passa dentro.

Devo essere scimmia,

passarmi le mani sulla bocca, sugli occhi, sulle orecchie:

devo tornare a parlare, vedere, sentire

da fuori.

Il rombo che ho dentro

può farmi impazzire­.

Devo chiudere,

devo chiuderlo fuori.

S.M. tdr 30/10/16

venerdì 28 ottobre 2016










Chiara idea
Oggi, ho camminato a lungo

in compagnia della mia ombra.

90° netti

complice un raggio di sole

dopo mezzogiorno.

La mia sagoma di spirito

a terra

mi precedeva di qualche passo.

La carne già altrove.

Abbiamo vagato

in direzione certa

con un’idea di gambe ossute

in proiezione immensa.

La testa a scontrarsi con altre,

a terra

in movimento continuo.

Davanti a un muro bianco,

scostando i capelli,

ho trovato i miei occhi

ad osservarmi.

S.M. tdr 28/10/16

mercoledì 26 ottobre 2016











Basalto

volevo essere,

ma son masso di tufo

pronto per architetture

da fiaba

da sgretolare ogni mattina,
a piacimento.

Ad ogni tremore

son resti nelle tazze ben messe

da caffè o tea

come preferito.

Svuotate,

sciacquate,

di nuovo presentate

che il giorno è ogni mattina

S.M. tdr 26/10/16

martedì 25 ottobre 2016



Voglio un cappello con la veletta,

che tu non mi possa vedere

nitida,

che io possa sviare il tuo sguardo.

Un cappello di quegli anni

ripescato tra i ricordi

portati a forza

qui.

Un tocco di velluto sul capo,

su quel tailleur cremisi con piccoli fiori neri,

vezzo di un carnevale.

Un pizzo lanciato sullo sguardo,

tra puntini scuri e trame di nero.

Gli occhi,

da dentro,

osservano comunque.

S.M. tdr 25/10/16

lunedì 24 ottobre 2016










Non partirà mai questa lettera,
non decolla
verso frasi di tramonto
illuminate del fuoco
di questa stagione.

Quando scrissi quell’ultima lettera, penna tra le dita?

Non posso darti un dono
per un per-dono.

Poteva essere un mazzo di fiori,
ma avrei colto ortiche
insieme a quei fiori di campo
di semplice piacere.
Anche le mani avrei ferito
co
me so ferire il cuore.

Quante volte mi pento per non saper guardare?

Non c’è dono,
non sei un uomo
che ne misura il valore
quando da e quando prende.

Quante volte ancora non troverò la misura?

E qui mi fermo,
che nulla d’altro ti posso dire
e forse niente
ti posso far sentire.
Quante volte, quante volte ancora?

S.M. tdr 24/10/16

giovedì 20 ottobre 2016













Giù dalla torre
C’è sempre una torre

ed anche una scelta

Vuoi bene più alla mamma o al papà?

Alla tua amica o alla tua amica?

Al tuo amore o al tuo amore?

Se non hai risposta,

ruzzoli.

Se altri rispondono per te

ruzzoli,

che il sentimento è sempre sbagliato.

Ruzzoli,

come un gatto rognoso

e senti la schiena che urla

sugli spigoli dei gradini della torre

e la testa è ormai coda

e le zampe son oltre.

Pelo a terra

ancor non ti spieghi

cosa sia stata la vita

S.M. tdr 20/10/16
foto: web

mercoledì 19 ottobre 2016











Quando la stalla fu chiusa

i buoi erano già andati

con loro le galline

chioccianti presenze saprofite del calore.

Non era rimasta neppure la paglia

pregna

di odori animali:

era uscita da sola

nei becchi dei corvi

o delle orrende gazze sanguinarie

pronte a far nidi con qualunque sterco.

Era tutto pulito e vuoto,

immenso e vuoto.

Restava solo un rumore.

Alti aleggiavano piccioni pigri

tubando continui

tra il vuoto e il pieno dei mattoni del fienile.

Raccolsi a terra le parole

sgranate come pannocchie di granturco,

le lanciai nell’aria.

Caddero.

Discesero i colombi e le mangiarono.

Fu vero il vuoto.

S.M. tdr 19/10/16

lunedì 17 ottobre 2016











Resti di pioggia

davanti agli occhi.

Brandelli di sguardi

confusi,

puliti da un tergicristallo noioso

usato

come è la vita,

spezzato al centro

lascia la scia.

Siamo sguardi dimenticati sul parabrezza,

distrazione della sera.

Lente di questa città

che ingrandisce il mondo

senza mai toccarlo.

S.M. tdr 17/10/16
foto:web

domenica 16 ottobre 2016















Non sono uguale alle altre,

come tutte le altre.

Non sono uguale alle altre

nel respiro,

nello sguardo,

nel sorriso,

nel bianco dell’incavo del braccio.

Come tutte le altre

son diversa

nel deglutire il dolore,

nell’asciugarmi gli occhi

veloce e nascosta;

nel pensare che il tempo sia fermo

mentre io mi muovo

diversa dalle altre,

in mezzo alle altre,

lontana da me.

S.M. tdr 16/10/16

foto: web

venerdì 14 ottobre 2016














Ho alzato il bicchiere e brindato,

 In fondo, era solo un funerale

 L' ho poggiato sul coperchio della bara

 E stavo lì a fissare il legno .

 Movimenti lenti

 per tornare alla vita

 Sotto a questa luce che non passa mai

 Uno sguardo verso l'alto:

 ci voleva il buio

 per far tacere gli occhi

 Mentre le voci si confondevano con il gracidare di rane giganti.

 S.M. 04/06/16

giovedì 13 ottobre 2016












Non volevo notti serene,

ma tormentate.

Vissute fino alla fine,

fino al primo bagliore del giorno

che meglio fosse ancora un po’ più tardi

e ancora un po’ di notte restava.

Le volevo parlate finché si aveva voce

e bevute

e fumate

e baciate

e sfinite
e ancora parole ...

No, non potevano essere serene

delle notti così,

erano madri degli occhi per giorni sereni,

da dannarsi la notte

per averli ancora.

S.M. tdr 13/10/16

martedì 11 ottobre 2016










Ti racconto una fiaba....
Vieni!

E’ l’ora propizia

tra il sonno ed il sogno

ti racconto una fiaba,

quella della bimba volante-

Leggera al tramonto,

quasi una stella filante.

Fluttuava

crescendosi intorno.

Fu un mago.

Fu un mostro.

Schiantò a terra di colpo.

Aprì gli occhi,

ma non eran più uguali.

Ripulì le ali,

da lì ripartì.

Ti racconto una fiaba

con le dita tra i capelli,

con l’ansia sulle dita

che la vertigine fa ancora paura.

S.M. tdr 11/10/16
foto : web

domenica 9 ottobre 2016











Quanto manca?

Poche ore e qualche minuto ed ancora una volta si metterà in scena, sulla mia scena personale, una commemorazione del tutto privata.

Nell’ottobre del 1963, avevo pochi mesi: 9 per la precisione e non ancora compiuti. Per una volta, posso dire “Non ricordo”. Non ricordo il fatto né alcuna reazione reale all’accaduto. La strage avvenne, ma io non c’ero a sentire, a capire, a raccogliere le sensazioni di quel momento. Il dolore.

Eppure, sono legata intimamente a quei fatti e non solo perché sono al limite della mia terra.

La parola Vajont entrò di prepotenza nel nostro lessico familiare. Sempre usata per descrivere un disastro, una tragedia, qualunque apocalisse si presentasse nel tempo a venire.  

Non mi fu raccontata la genesi dei fatti e le scellerate scelte che portarono a quel disastro, ma l’effetto fu talmente violento da diventare il punto di paragone di ogni nuova catastrofe.

Come il Vajont, peggio del Vajont, meglio del Vajont: quasi un’unità di misura della tragedia.

Crescendo, mi colpiva il fatto che il Vajont era considerato il peggio che potesse essere mai capitato. La mia famiglia aveva vissuto la guerra e non l’avevano dimenticata, ma non ne parlavano spesso. Il terrore era stato spezzettato in tanti dolori privati, pudicamente trattenuti per poter sopravvivere. La tragedia del Vajont andava oltre alla follia di popoli armati e di morti innocenti.  Non erano più tempo di guerra ed in tempo di pace, quel fatto rappresentò tutto l’orrore possibile.

Non c’erano più nemici. Non doveva accadere.

Più grande, conobbi le trame di denaro ed affari che si erano intrecciate con un Monte Marcio ed un torrente che colava a picco sull’umanità.

In ogni caso, non c’era spiegazione umanamente accettabile.

Mi è rimasto dentro quel nome.

Mancano poche ore e una manciata di minuti prima del silenzio. Totale. Assoluto.

Si sente appena un filo di vento.

S.M. tdr 09/10/16

sabato 8 ottobre 2016


Si chiamava Maria. 
Come la Madonna. Come Maddalena. Come tutte le Peccatrici del mondo. In realtà le  donne hanno un solo nome, Maria. Forse era madre di dio, comunque era madre.
La incontravo ogni giovedì.  Pomeriggio libero delle servette. Fiera, aveva un volto scolpito nel marmo. Capelli neri raccolti in una coda. Altrimenti ribelli. Qua e là apparivano fili argentei.
Non vi era bianco nel suo essere. Quasi un lutto continuo. Il suo volto cotto di vita arrivava sempre vestito di nero. I capelli e la coda facevano il resto. I lampi negli occhi neri erano ricordi e nulla più.
Fui testimone di lunghe conversazioni in una lingua sconosciuta ai più. Frasi lunghe e dolorose.
Aveva una figlia, Maria. Femmina e calata senza volontà.
La “bassa” aveva regole ferree, dettate fa quell’altra Maria: i figli di ostie ed avemarie non conoscevano il perdono. Quale che fosse la preghiera del perdono era dimenticata.
Come altre, lei scappò.
Tante altre che conobbi.
Aveva una figlia.  Aveva poi avuto un marito. Riparazione al danno. Si ragionava così, purtroppo.
Per quella figlia tanto fu, tanto fece, tanto parò, tanto si agitò, tanto si piegò… fu un altro figlio il pegno, ma non bastò.
Distratta, la sentivo ogni giovedì parlare. Diretta e sguaiata, senza limiti. Mia madre abbassava lo sguardo, mi guardava strana, quasi avesse dimenticato il vivere male che ti porta ad imprecare al mondo.  Lo ritrovò, più tardi, ma questa è un’altra storia.
Maria beveva il caffè da noi ogni giovedì e raccontava le sue prodezze di cuoca. Una sera servì un coniglio arrosto seduto con il mazzo di prezzemolo in bocca e quei Padroni di centro città aspettarono a mangiare….ci voleva una foto…. Non avevano fame.
Non fu un minuto di celebrità, se lo prese tutto il coniglio!
Parlava e parlava ed il nero dei capelli diventava sempre più argento. 48 anni sono tanti, così vissuti. A coniugar la colpa con la morale.
Ci fu silenzio_:  una settimana o due, forse.
Ricomparve. I capelli argentei e qualche filo di nero. Le rughe fosche come artigli sugli occhi. Nell’anima, ormai.
Si era tutto risolto. La colpa, la figlia, si era suicidata. Un classico: vasca da bagno e vapori del gas. A quell’epoca succedeva sovente tra queste donne ...
Aveva salutato il figlio di un abbraccio fiero e forte. Aveva lasciato il marito di un silenzio fiero e dolente. Inerte.  Tornava a casa: San Paolo
Senza colpa, ora, la accoglievano.
Si chiamava Maria, come la Madonna, come Maddalena.
veniva da San Paulo, bassa friulana: tra cielo e mare.
Lontana provincia dell’Impero.
S.M. tdr 08/10/16







Essere

oltre l’essere,

magari fingere

se si può,

se si è capaci.

Se l’ordine del sole lo permette.

Finestre a nord est,

lo sguardo pieno di blu

a quest’ora.

Ricordati,

prima di tutto essere,

anche sola,

ma essere.

Davanti al precipitare,

essere,

urlando per esistere
S.M. tdr 08/10/16

giovedì 6 ottobre 2016









Come nuvola alta

osservo

l’acqua che cala:

effetto presente

di precipitazione assente.

Nel cielo terso,

solo io son rimasta.

Sorelle nere e gonfie

partirono altrove,

feconde.

Fratelli densi e più alti

le seguirono a ruota,

iracondi.

Terra e cielo si divisero,

restai sola:

pronta per una fotografia distratta,

immagine persa di una soffice vita.

S.M. tdr 06/10/16
FOTO: S.M.

martedì 4 ottobre 2016



Risultati immagini per pupille fuori dagli occhi


Pupille tese

oltre il bianco.

Le frecce in verso,

in fronte.

Sei tu che corri

o loro che ti raggiungono?

Non sarai San Sebastiano

trafitto per la fede-

Eppure gli occhi picchiano,

le punte si conficcano

non puoi più vedere,

ma solo sentire

S.M. tdr 05/10/16

foto:web

lunedì 3 ottobre 2016














Ci vorrebbe misura

senso del limite,

del tempo,

del senso,

per non essere attratti

da un teschio in guisa di uomo

che porge il dono

amaro

del vivere.

Ci vorrebbe misura

per comprendersi in tempo

senza compiangersi

in questo presente

così veloce

da non sentirlo più

S.M. tdr 03/10/16
foto_web

domenica 2 ottobre 2016











Ti ho sentita suonare,

risuonare la voce
sotto un cielo cupo

di bassa lombarda.

Aperta la bocca

ne usciva la musica,

percepita appena

dall’uditorio gonfio

di cibo e di luna.

Danzava la voce

perfetta in tempo e armonia.

Miope lo sguardo

andava a una finestra,

solitario balcone spento

davanti ad un sole caduto.

Ero affacciata insieme a quel viso

perduto.

Sonava la voce

lungo la tavola lunga,

picchiettava la pioggia

sul mio passato.

S.M. tdr 02/10/16

foto : web

sabato 1 ottobre 2016

















Strawberry heart milkshake

Pareva passata

quella tempesta di cuore

infranto.

Lo hai ritrovato frullato

nel beverone del mattino,

tutto lì,

rosso vermiglio.

Pareva battesse ancora,

lo sentivi

la mano sul seno,

lo bevevi stracciato con un po’ di cacao.

Se ne era andato senza avvisare

S.M. tdr 01/10/16
FOTO : WEB