domenica 29 novembre 2015






Non c’è più il filo

A portare le nostre voci

Di qua e di là del mondo

Le tue parole arrivano

Ed eco fanno i miei singhiozzi

Oggi, come allora

Parole vaghe ed interrotte

Non c’è un’altra vita

Ho vissuto e vivo lo scampolo che mi è rimasto

Mi consoli nel momento

Parole veloci sul nostro piccolo mondo

Fatto di fare e di costruire

Un futuro

Che non vivrò

Forse ho fallito, amica mia

Ho volato e son caduta

A terra mi agito tra suoni e parole

E ancora ho l’ardire di volare

S.M.

sabato 28 novembre 2015



Questa sera c’era la luna

L’ho vista in fondo alla strada

Tra le luci ammiccanti delle macchine in coda

Com’era grande

Chinata verso il mondo

Come nei sogni dei bambini

Aveva occhi, naso e bocca

Una luna animata

Quasi rideva

“Vai, vai avanti”

Ti ho detto

La voglio prendere

Quasi avesse un laccio per tenerla qui

A vegliare su questa notte difficile

Dove tutto trema

Al buio

S.M.

mercoledì 25 novembre 2015



GLI ORCHI (ovvero siamo donne sin da piccole)




Dove siete finiti?
Tanto amore, tante coccole e tanti regali, ma adesso dove siete finiti?
Come potete non accorgervi? Come potete non rendervi conto di cosa sta succedendo?
Un’altra casa.
Un’altra vita.
E’ il 18 gennaio 1968: il giorno del mio 5° compleanno
Cambiamo casa. Cambiamo vita.
Papà è riuscito a sfuggire alla sua cattiva stella, quella che lo aveva inchiodato a terra nel 1958.
Il 18 gennaio 1968 entriamo ufficialmente nella nostra nuova casa.
Mial, via panfilo Castaldi 25. Tel 279941.
Due camere con cucina a vista mi vedono arrivare che cammino ancora un po’ frastornata ed incerta e  mi vedranno uscire molto più che adolescente.
Due camere con cucina a vista, dove imparo a parlare, a crescere, a pensare.
Come fate a non accorgervene?
Non ci son cortili, non ci sono giardini.
Appena un anno dopo ho imparato che per giocare bisogna andare in strada.
Prima un’amichetta e poi un altro, il figlio di quelli che hanno l’albergo a ore di fronte a casa mia e poi altri ancora: andiamo nella stessa scuola ed a quell’età non importa se tuo padre è un operaio, un delinquente od un cameriere. Siamo bambini e siamo tutti uguali in quella strada dove per giocare troviamo mille possibilità. Arriviamo anche a farci un rifugio nel portone di casa mia. Papà non gradisce. Fa niente. E’ così. Sono i nostri spazi, sono i soli che abbiamo in quel centro degradato di Milano che non ci dà alternative.
Come fate a non capire?
La vita scorre tranquilla nel suo tran tran quotidiano: la scuola, il doposcuola, le lezioni di inglese.
La mamma fa la spesa per telefono al Despar della via: ogni sabato arriva un ragazzo che porta sulla spalla una tracolla pesante con dentro l’ordine della mamma. “Sono settemilalire” la spesa della settimana.
Una volta al mese, la mamma va dal parrucchiere a farsi il “cachet”, taglio e piega.
Il parrucchiere è nella via, meno di 20 passi dal nostro portone.
Come fate a non capire?
L’ingresso di servizio del parrucchiere si trova nel cortile della mia amica. Proprio di fronte alla portineria di sua nonna e suo Zio.
E’ un po’ nell’ombra, ma se si è attenti, si può vedere chi entra e chi esce.
Il parrucchiere di quegli anni ha piccole cabine separate: le clienti non si vedono tra loro mentre sono impiastricciate in attesa di magnifici colori.
Non vedono neppure cosa succede nel silenzio della cabina accanto.
La cabina piena di tante boccette colorate, con i tappi tondi, quadrati, i colori delle boccette sono tanti ed il loro profumo è buono…
I bambini sono curiosi.
Le bambine di più.
Quante volte, quante volte mentre la mamma aspetta che il cachet faccia la sua azione, io sono nella cabina di fianco.
Seduta in braccio all’orco che mi rovista sotto i vestiti mentre io guardo le boccette colorate?
Quante volte?
Quante volte sono stata attratta in quel retrobottega, con qualche promessa a cui solo a quell’età puoi credere, per essere issata come un pacco sopra ad un lavandino asciutto per essere toccata, leccata, penetrata con delle dita ossute e vecchie?
Quante volte?
Non lo so.
So solo che scappavo fuori, respiravo aria pulita e mi sistemavo il vestitino.
La mamma non doveva sapere.
Io sapevo che era tutto sporco, ma era colpa mia.
Se la mamma lo avesse saputo mi avrebbe sgridato.
Quando sbaglio, mi sgrida sempre.
La mamma non si è mai accorta di niente, né il papà, né la maestra che doveva guardare i miei disegni, quelli che ancora adesso mi fanno impressione dove io sono enorme di fianco ad una famiglia lillipuziana.
Non ho gridato.
Non mi sono fatta capire.
Era solo colpa mia.
Me la sono portata dentro per quasi 30 anni.
Me la sono portata dietro in ogni sorriso, in ogni momento che ho vissuto.
Me la sono portata dietro in ogni senso di colpa provato solo per essermi sentita donna, attraente ed intelligente.
Ad ogni età.
Me la porto dietro ancora.
1995, quasi alla fine. Sono mesi che in televisione, sui giornali, in radio non si fa altro che parlare dell’affaire Dutroux. In Belgio, un pazzo con relativa consorte hanno brutalizzato e violentato e ucciso svariate bambine.
Mi dà fastidio parlarne.
Mi dà fastidio sentirne parlare.
E’ un fastidio fisico, quasi un dolore.
Qualcosa o qualcuno mi punge ogni volta che se ne parla.
Evito, gentilmente, ogni tipo di commento.
Evito, accuratamente, di esprimere qualsiasi opinione, quasi non ne avessi.
E’ una notte d’autunno. Un sogno. Sogno di me bambina in un angolo, mi tiro giù la gonna ma delle mani ossute, vecchie, sono più forti di me e la alzano. Si infilano nelle mutandine. Toccano, frugano, fanno male. Un respiro affannoso le accompagna. Ho paura!
Mi sveglio.
Sudata e vigile, incredibilmente vigile.
Non è un sogno.
Non era un sogno.
E’ un ricordo, dimenticato, sepolto, ricacciato nel posto più lontano della mia coscienza.
Non esisteva fino a questo momento.
Non era mai esistito.
Non è vero: era lì e lo è stato per tutta la mia vita.
E’ tornato a galla adesso, in questo 1995, adesso che ve ne siete andati tutti e due.
Adesso che sono nuovamente sola come lo ero con quelle mani.
Come avete fatto a non accorgervene?
Era così difficile?
Ero così brava a fare finta di essere quello che voi volevate che fossi?
Senza dolore, senza altro dolore se non quello per il vostro passato negato?
Per la vostra vita incompiuta e per tutte quelle speranze e desideri di cui mi avete caricata?
Sì, ero così brava.
Sono stata così brava perché mi volevate così: una bambina capricciosa e volitiva, ma senza grandi veri problemi.
Non eravate preparati, non eravate pronti: i grandi problemi, quelli veri, quelli della sopravvivenza, li avevate vissuti voi.
Al massimo, io potevo giocare, cadere e sbucciarmi un ginocchio.
Io dovevo essere il riscatto, il frutto felice di un unione un po’ bislacca: dovevo essere felice, prima di tutto.
Colma di attenzioni e doni, soprattutto quando erano sinonimi.
Mi guardavate e ri-nascevate in me!
Sono stata la bambina con i vestitini da bambola ed i cerchietti tra i capelli che la mamma non ha potuto essere, tutta borotalco e punto smock.
Sono stata il bambino chinato sui libri, che si mordeva le labbra cercando di capire, accompagnato da un papà premuroso che il mio papà non aveva quasi conosciuto.
Come potevo dirvi qualcosa?
Come potevo deludervi?
Cercavate in me tutto quello che non avevate potuto essere.
Per voi ero perfetta, quindi se uno sbaglio era stato commesso non poteva essere vostro.
“Sono come tu mi vuoi”, mi descrivo spesso così e forse è in quel tempo che tutto è iniziato.
Dopo quel sogno, da quel sogno tutto è cambiato.
La notte non dormo più: il buio mi fa stare sveglia.
Il sonno arriva puntuale con la luce, insieme alla certezza che qualcuno sta vegliando su di me.
Penso di essere in buone mani: me lo avete detto anche voi tante volte.
Non ho ancora imparato a rispettarmi veramente e fino in fondo, anche se qualcuno cerca di insegnarmelo, giorno dopo giorno.
Siamo quasi a 10000 giorni: prima o poi lo imparerò.
S.M.


martedì 24 novembre 2015




Uno sguardo

Non ci sarà la foto dell’anima

Della mia anima

Lo so

L’hai già veduta svelata

Troppo nuda

Ha perso di fascino

Lo so

La conosco

Si apparta tra sorrisi e sguardi intriganti

Ammicca e si ritrae

Più femmina che anima

Però tu l’hai vista

Te l’ho mostrata ridendo

Mentre arrancava vivendo

Non ci sarà un’immagine

Lo so

La guarderemo contorcersi contro luce

Un lampo e poi via
S.M

sabato 21 novembre 2015





PAURA DI PERDERSI


Provò a spiegarsi, con la sua amica provò a spiegarsi anche se non era facile.


Spogliò la sua anima:


“Non so se tu l’abbia mai provato la paura di perderti.


Provo a spiegarti cosa vuol dire per me.


Mia madre era povera.


No, non nel senso che non poteva comprarsi un vestito o fare una vacanza: questa è la povertà che intendiamo noi, oggi.


Mia madre nacque e crebbe in una lontana Provincia dell’Impero.


Lo è ancora oggi, ma pare se la passino meglio.


Non ricordava esattamente quanti fratelli e sorelle fossero: i nonni erano piuttosto prolifici e dai racconti pare fossero sei, forse sette fratelli e sorelle, lei ne ricordava solo alcuni. Compresi quelli morti. I sopravvissuti sono arrivati sino a me, ma questa è un’altra parte della mia storia.


Non so dove vivessero.


I racconti erano talmente confusi che, una volta arrivata nel Paese della lontana Provincia dell’Impero, non ho trovato la casa: dai suoi racconti non capii dove fosse.


Mi raccontava che era fredda d’inverno, talmente fredda che sui vetri si formavano i cristalli di ghiaccio.


Diceva che le porte erano basse, mi narrava di suo nonno, talmente alto da doversi abbassare per passare da una stanza all’altra…... ma in realtà, io non so quanto fosse alto.


I miei nonni avevano dei nomi letterari: Paolo e Virginia. Ne conservo qualche foto fatta con lo sfondo di un lago artificiale che ancora esiste: vedo mia mamma giovane e bella, vestita con un abito scuro a piccoli pois.


I pois sono quasi una mia ossessione.


Andava a scuola, ma non so quale: ricordava di aver fatto la sesta quando a Milano ci si fermava alla quinta elementare.


A colazione: polenta e latte.


La scuola.


I campi.


In alternativa, a prendere le foglie di gelso per i bruchi dei bachi da seta.


I CAMPI….


Mia madre non capiva la mia volontà di gioco, la mia leggerezza di bambina: lei non lo era stata.


I suoi giochi erano rubati al lavoro, fatti di gessetti per terra e di risa quasi colpevoli.


Faceva buio presto nella lontana Provincia dell’Impero: cena con polenta e qualcosa. Polenta sempre, il resto forse.  


Natale pare arrivasse anche da quelle parti e si usava mettere gli zoccoli (sì, gli zoccoli, mia madre conobbe le scarpe solo molto più tardi) sul camino per attendere qualche dono.


Nella notte qualcuno lasciava “un mandarin e due coculis”, un mandarino e due noci: le bambine sarebbero state felici.


Felici di così poca cosa.


Quella fu la sua infanzia fino a tredici anni.


Nel 1935, fu messa su un treno.


Non ho mai saputo se abbia pianto o no: non me l’ha mai detto.


Dalla lontana Provincia dell’Impero, dove ancora oggi si parla in modo strano, salì su un treno che si fermò a Napoli.


La bambina di tredici anni diventò una bambinaia.


La trasformazione sta nelle parole: da bambina a bambinaia.


La mia mamma non fu mai più bambina.


Andò a servizio da una SIGNORA (lo scrivo così perché la mamma parlava in maiuscolo delle sue SIGNORE) che veniva da un’altra Provincia dell’Impero, solo un poco più a sud.  A differenza di mia madre, lei era ricca e aveva due bambini: due bambini veri, di quelli che giocavano e strillavano e facevano i capricci.


Serviva una bambinaia giovane e forte.


Quella bambinetta di tredici anni non era nè particolarmente forte né particolarmente sana e per di più non la capiva quando parlava.


Scoprì che esistevano anche delle punizioni: in ginocchio sui ceci se non capiva.


Lavorando, mia mamma cominciò a mangiare e ne aveva tanto bisogno.  


Accettare tutto è facile quando devi sopravvivere.


E’ una legge universale: mia mamma lo capì alla svelta.


Guardo le foto della sua trasformazione: appena arrivata a Napoli, si vede una bambina smunta e frastornata, dopo pochi mesi il suo viso si trasforma quasi in una luna e la vedo sorridere mentre abbraccia dei bambini sconosciuti.


Partì da Napoli, qualche anno dopo e diversi chili in più.


Si diresse verso Milano.


Era una tappa di avvicinamento verso la lontana Provincia dell’Impero da cui era partita.


Sarebbe stata la sua casa per sempre.


Il suo desiderio di tornare rimase per tutto il tempo in cui me la ricordo.


Non ci riuscì.


Io ho paura della fame, degli zoccoli, dei ceci, della sopraffazione dei bisognosi: oggi come ieri e penso che l’avrò per sempre.


E’ una paura che non perdi mai, fa parte del tuo patrimonio genetico: sai da dove sei arrivato e sai che lì potresti tornare. 


La Storia è fatta di corsi e di ricorsi, non solo quella ufficiale, anche quella dei singoli: mia madre mi ha insegnato a stare attenta ed a lottare per non cadere nell’inferno da dove lei era venuta.”


Il racconto finì in un singhiozzo.


Era lei che era tornata bambina.


Adesso, poteva rinascere.