E’ una
settimana strana: la mamma, la mia mamma, ha un’influenza che non vuole
passare. Non ci sono antibiotici, riposo o brodini che tengano: non passa. Non
ha voglia di fare niente ed io non riesco a capire. Di solito, è combattiva,
battagliera. Non questa volta. Io continuo la mia vita di sempre: casa, lavoro,
deviazione la sera a casa dei miei, preparo la cena per loro , ma lei non
mangia, e poi si replica una volta ancora a casa mia.
E’ morto da
poco Freddy Mercury e le radio rimandano all’infinito i brani del suo ultimo
album: bella musica, anche se un po’ troppo pregna della fine imminente.
La sera, tra
casa e lavoro, mi fa compagnia: le casse “a palla” mi aiutano a superare la
stanchezza e a non fare caso a questa nebbia opprimente.
La nebbia a
Milano è scomparsa da qualche anno, ma in questo 1991 è ritornata invadente: è
giovedì e faccio fatica a trovare quella strada conosciuta.
La strada di
casa.
Di casa,
perché la casa della mamma è ancora casa mia, nonostante tutto. Nonostante ne
sia uscita già da tre anni.
Abitudini
affettive? Forse iniziano così.
Ho comprato
dei tortellini: chissà mai che possano stimolare un minimo di appetito.
Arrivo.
Saluto.
Mio padre è
assente, come sempre.
La mamma è a
letto: si alza solo a brodino e tortellini preparati.
Rimesta nel
piatto.
Beve il
brodo e lascia i tortellini, “Non ho fame, non mi vanno giù”: bella soddisfazione,
mi sono scapicollata per trovarli freschi e buoni.
Mi guarda. ”Sei
stanca. Sei proprio stanca: vai a casa a riposare!”
“Ci vediamo
domani?”
“Stai tranquilla, vieni sabato”
E’ venerdì, dall’ufficio,
mi affanno a chiamare il medico per capire cosa sta succedendo: non ho mai
visto la mia mamma così abbattuta. Per un’influenza, poi. E così, dopo varie
insistenze al limite dell’insulto, scopro che non è proprio un’influenza, forse
una polmonite. Scpro che la mamma è molto debole, ma che con le opportune
medicine ed un po’ di riposo, si riprenderà…sarà più lunga di un’influenza,
chiaramente.
“Grazie per
avermi avvisato!”
“Non
conoscevo il suo numero”
Ma se mi hai
avuto tra i tuoi pazienti fino a ieri!
Domani è
sabato e mettiamo le cose in ordine: almeno per due giorni me la tengo sotto
controllo!
Sabato
mattina mi presento a casa.
Sono qui per
aiutare!
Improvvisamente,
non so da dove inziare: per la prima volta mi accorgo che da tre anni, qui è
tutto lasciato andare. Io non ci sono più e non si salvano neppure le apparenze.
Arieggio una
stanza da letto chiusa da troppo tempo, cambio le lenzuola, pulisco il bagno e
poi, poi la cucina: come si fa a cucinare così? Pulisco, riparo, ripulisco e
poi cucino: mia madre mi guarda stranita. “Adesso vorrei riposare”
“Non c’è
problema, mentre riposi, faccio un salto all’IKEA a prendere un paio di cose
che servono”.
Per tanti
anni non riuscirò più ad andarci all’IKEA.
Le rimbocco
le coperte, accendo la TV
per papà ed esco.
Torno alle
18.30, forse qualche minuto dopo. Apro la porta e sento un respiro pesante,
pesantissimo.
“Mamma!”
“Chiama
qualcuno, non riesco a respirare! L’ho detto a lui ma non mi ascolta”
Papà è in un
altro mondo: come ti può sentire?
Ho un
sacchetto in mano.
E’ per
terra.
Davanti alla
porta d’ingresso c’è il telefono: Guardia medica.
Una voce
anonima risponde ed io spiego.
Spiego che la
mia mamma ha l’influenza, anzi no la polmonite, che si sta curando, che oggi
stava meglio ma che adesso…il respiro è talmente forte che non sento cosa mi
dice…o meglio “Respira ancora?” Ma certo
che respira, mandate qualcuno!”
Passano
pochi minuti, arriva un’ambulanza, entra un medico. La visita, la ausculta e mi
dice che il peggio è passato, ma è meglio portarla in pronto soccorso per
controlli.
Va bene.
Lei, che
aveva sempre tenuto una camicia da notte “buona” per l’ospedale, mi guarda con
il mio maglione rosa addosso, quello che io non metto più perché è infeltrito,
e mi chiede “Vieni anche tu, vero?”
“Certo,
avviso Marco per il papà”: non possiamo lasciarlo da solo.
In tutto
questo trambusto lui è assente. Non gira neanche il capo quando lei esce dalla
porta su di una barella. Ed io dietro.
L’ambulanza:
non ero mai stata su di un’ambulanza.
La caricano.
Mi aiutano a salire e a sedermi di fianco. Una mascherina sul volto.
L’ossigeno.
Da dentro il
rumore della sirena è diverso. Ovattato. Lo sento entrare nel cervello ed
amplificarsi, come se fossi fuori.
Lei non lo
sente. Respira. Più calma. Respira da quella mascherina di plastica, con gli
occhi chiusi.
L’ospedale
più vicino è a dieci minuti di macchina, ci dirigiamo lì.
A pochi
istanti dall’arrivo, la mamma apre gli occhi, mi guarda, con la mano allontana la
mascherina miracolosa dal viso: “Basta, basta, sono stanca”.
Arriviamo al
San Paolo in codice rosso, ma questo lo avrei capito solo dopo.
Giù
dall’ambulanza, dentro, di corsa. La barella scompare dentro un cubicolo, dove
io non posso entrare. Esce un medico, mi fa delle domande. Rispondo. Rientra.
Si apre la porta del cubicolo e vedo mia madre con i seni scoperti e la testa
abbandonata di lato. Si richiude la porta. Minuti, secoli, attimi.
Lo spazio di
una vita.
20 minuti
reali.
“Signora,
sua madre non ce l’ha fatta. Questa è la sua fede nuziale”
Sento il
pavimento molle, un rantolo mi viene alla gola e sto male, male, male “La mamma
no, non la mamma!” e adesso?
E papà?
Ed io?
Ed ancora
io?
Con la fede
nuziale in mano e non so quante gocce di calmante che mi hanno dato a tradimento,
ho telefonato a casa, alle cugine a qualcuno che mi venisse a prendere e non mi
lasciasse sola: sola con la mamma morta.
Non ho
chiamato papà: glielo dirò, anche se non capirà esattamente cosa vuol dire.
Ho lasciato
Marco con lui: non può stare da solo.
Io sono
andata a casa ed ho stracciato tutte le letterine d’amore da adolescente che
avevo scritto nei miei ventotto anni di vita.
Mi sembra di
avere la testa vuota, incapace di pensare e di agire.
Sento la
voce della mamma: “No sta lì a piattulala”
Show must go
on, dice la canzone che ho sentito tante volte queste sere nella nebbia.
Non piango.
Ho ripreso a
vivere il mattino dopo: come se nulla fosse successo.
No, non ho
pianto.
Non c’era tempo
per soffrire.
S.M.