mercoledì 11 novembre 2015

Copyright SergioCosta


SIMILITUDINI

Festa dell’Uva – Anfiteatro Monte Amiata.

Milano o quasi: il limite è molto vicino.

Un giorno a caso di quell’autunno del 1977.

E’ proprio lì che incontriamo per la prima volta.

Non so bene perché, ma mi hanno fatta salire su di un palco a cantare una canzone che non dimenticherò mai più.

Nonostante gli occhiali scuri, che mi proteggono dal mondo, nonostante le 1000 e 1000 prove fatte sotto la guida severa del mio maestro di chitarra, mi trema la voce. Mi tremano le gambe. Non vedo e non sento nulla se non il tempo, diviso in quarti, in battute, in attacchi, in cambi di tonalità che mi rendono la voce così alta che non posso più governarla.

Non è la mia voce!

Io parto un’ottava sotto o sopra, non lo so.

Perché volete farmi salire così in alto?

Non sono io.

Non è neanche Cat Stevens nè la sua Father and Son.

PANICO.

Non so ancora cosa sia questa sensazione, ma la sto vivendo e non mi piace. Vorrei essere a milioni di chilometri da qui. Al buio, se possibile, e comunque senza l’ossessivo suono di questa musica.

Il mio maestro di chitarra, mio cugino, mi fa un cenno ed io lo prendo: il mio salvagente verso la fine di questi 3 minuti e qualche secondo che mi sembrano un’eternità.

Mi rivedo nella fotografia di quel momento: oggi, penso sia scomparsa. Spero distrutta.  L’hanno sviluppata in quel bianco e nero violento che oggi non si usa più: i miei pantaloni ocra (OCRA?!?!e quando mai ancora ho avuto dei pantaloni color OCRA?) sono di un grigio leggermente un po’ più scuro. La mia figura, decisamente abbondante, si staglia su di un orizzonte dall’architettura movimentata.

Gradinate di un anfiteatro moderno davanti ad un cielo grigio milanese.

Quel grigio che ad ottobre eravamo abituati a guardare.

Monte Amiata.

No, non è quel ”Monte Amiata”, ma una costruzione avveniristica, una casa che non è casa ma luogo, pieno di spazi pieni e vuoti da far venire gli incubi a Leon Battista Alberti ed al suo Tempio di Rimini così tanto studiato.

SPAZI APERTI E SPAZI CHIUSI: COMPENETRAZIONE DEGLI SPAZI.

Di notte, nella nebbia che qui è ancora padrona, con gli oblò delle torri degli ascensori illuminate sembra una nave ormeggiata in un prato.

La utilizzeranno per centinaia di servizi fotografici: architettura, moda, still life, si adatta a tutto. È tutto. A qualcuno sorge anche il dubbio che forse non è proprio una casa, quanto meno nel senso classico del termine.

L’architetto ha pensato anche a spazi comuni, quelli “fruibili dalla comunità”, quindi negozi, portici di collegamento, giardini ed un anfiteatro.

E’ in uno di quegli spazi ancora fruibili, l’anfiteatro per la precisione, a quella Festa dell’Uva di quell’ottobre del 1977, che mi trovo.

Tu sei appena partita ed io sono ancora frastornata.

Sono sola.

Lo ero prima di incontrarti, lo sono di nuovo ora che non ci sei più.

In quel gruppetto di gente un po’ incuriosita da quella Festa, organizzata appositamente per conoscere questa nuova umanità, incontro uno sguardo.

Un’altra ragazza si guarda intorno, anche lei in cerca di uno sguardo amichevole.

Anche lei sola?

I nostri occhi si incontrano.

E’ un attimo.

Ci saremmo tenute per mano per tanto tempo.

“Edilia, ciao!”

“Paola, piacere”

Edilia.

Chiudere gli occhi e veder scorrere un film che dura 4 anni vissuti intensamente.

Incoscientemente.

Crescendo insieme.

Abbandonandoci una volta sicure di essere arrivate alla meta.

Da quella Festa dell’Uva, Edilia ed io abbiamo fatto “coppia fissa”: non ci siamo più lasciate.

3 anni di differenza: lei è un po’ più grande di me.

Tutte e due figlie uniche.

Una fisicità simile che ci permette di scambiarci gli abiti.

I nostri occhi sono lo specchio delle nostre anime: i miei non sono ancora pieni di pioggia, ma solo azzurri; i suoi, dal colore indefinito, hanno una dolcezza che nemmeno a parole lei riesce ad esprimere.

Mi approfitterò della sua dolcezza, o forse saranno piccole vendette per quel suo fascino che io non riuscirò mai ad avere.

Abbiamo fatto di tutto, insieme.

Prima di arrivare al nostro tempo, ci siamo misurate. Sondate. Annusate. Evidentemente piaciute.

Il nostro tempo, quel tempo che non sarebbe mai più tornato, passava da discussioni sui massimi sistemi, incomprensibili all’epoca, alle interrogazioni di latino o di inglese.

Ci chiedevamo, molto intensamente, le ragioni del perché il tal tizio ci piaceva così tanto pur essendo “stronzo e fascista”.

Ci nutrivamo dei dubbi ideologici dell’adolescenza degli anni ’70 e quegli anni non sono un particolare di poco conto!

Ci siamo sdilinquite pensando agli amori del momento con canzoni talmente melense da far venire il diabete.

Abbiamo fatto tutto quello che le nostre madri non volevano che noi facessimo: tutto quello che era proibito. Bigiare la scuola per andarci a rintanare in un bar del centro a bere latte macchiato in modo compulsivo, o mentire spudoratamente su come avremmo passato le nostre serate o le nostre vacanze.

Da quella Festa dell’Uva del 1977 siamo cresciute e viviamo proprio in quegli anni dove è così facile confondersi senza perdersi di vista: di giorno siamo impegnate a scuola, con pantalone a coste, Clark di ordinanza e letture impegnate, mentre la sera del sabato ci trasformiamo in ninfe giocose per andare a ballare in discoteca.

Se chiudo gli occhi, ci vedo così.

Il nostro guardaroba è surreale: abitiamo a Milano, ma pare che noi si viva in un Paese dalla perenne estate o dal perenne inverno.

Tralasciamo l’inverno triste e sempre uguale nel tempo.

Abbiamo gonne svolazzanti dai tessuti leggeri e colorati, indossiamo top con spalline fini, impreziositi di pietruzze colorate. La sera del sabato siamo piene di brillantini ovunque e con una voglia di essere al centro dell’attenzione che non penso di aver mai più vissuto.

Non ci interessa dove o con chi: vogliamo uscire e divertirci come non abbiamo mai fatto prima, come probabilmente non faremo mai più.

In questo vortice ci sono incontri di ogni genere, passiamo da una compagnia che fa base a Quarto Oggiaro ad un’altra che viene da quartieri decisamente  meno malfamati.

Fluttuiamo nella varia umanità che ci circonda: a volte siamo un po’ più in alto, a volte un po’ più in basso. Fluttuiamo, ma restiamo sempre noi stesse.

I nomi dei locali li ricordo ancora: Capo Nord, Le Rififi, una volta persino il Parco delle Rose (ma qui non ci vengo più!) e poi Byblos. Quante volte siamo partite dalla lontana periferia per arrivare a Via della Madonnina, in Brera.

In centro.

Le compagnie si sfaldano.

Noi no.

Alle rispettive fiduciose famiglie, millantiamo compagnie inesistenti che dovrebbero scortarci durante i nostri spostamenti notturni: in realtà, abbiamo scoperto che possiamo muoverci da sole.

Siamo ancora adolescenti.

Siamo IMMORTALI.

Stiamo diventando donne.

I cellulari sono ancora molto lontani da arrivare. Per fortuna!

Noi giriamo per Milano all’una di notte con i mezzi pubblici.

Metropolitana dal centro fino a QT8 e poi l’ultima corsa della 71.

All’arrivo, quando c’è la nebbia, non vediamo neppure l’ombra della nave ormeggiata nel prato.

Andiamo a memoria.

Ci salutiamo, in quel buio lattiginoso, ognuna verso casa propria.

Allegre, contente, tranquille: ebbre di coca cola e musica.

Siamo incoscienti? No, SIAMO SOLO IMMORTALI.

Siamo ancora immortali quando, prese da quel Tizio che abita a Baggio, quello che fa le foto e che ha quella strana macchia nell’occhio (ma a lei piace tanto1), partiamo in 2 in motorino alle 9 di sera per tornare a mezzanotte percorrendo la strada che costeggia il parco di Trenno.

1979?

Una strada tra i campi.

Nel nulla.

Non ci sono ancora le luci, non c’è neppure l’ombra di quel centro sportivo prestigioso e la Cascina Bellaria è ben lungi dall’essere ristrutturata. Un cancelletto anonimo segnala l’accesso al cimitero degli Inglesi. Non siamo coraggiose, ci facciamo coraggio continuando a parlare ad alta voce e guardando fisso davanti a noi. Fisso davanti al buio che si illumina con il faretto fioco, molto fioco ad onor del vero, del Garelli. Risate. Urla. Quanti chilometri sono? Non lo so. Tanti per farli adesso di notte in motorino. Pochi per farli allora, urlando verso il cielo.

Siamo ancora più immortali quando accettiamo di partire per una vacanza in montagna con degli emeriti sconosciuti, incontrati in discoteca una settimana prima. Siamo le uniche due ragazze. No, ce n’è un’altra. Ma è la sorella di uno dei tizi, quindi non vale.

Uno degli sconosciuti è pericoloso.  

Ci annusiamo circospetti.

Come 2 animali.

Gli animali si annusano.

Siamo animali e sentiamo il pericolo.

Lo sconosciuto mi porterà via la mia amica per tanti anni.

Non saranno esattamente anni felici.

La ritroverò, è vero, ma giusto lo spazio di un minuto prima che sparisca ancora.

Dicono che il nostro sia un rapporto troppo esclusivo.

La Pucci, la mia zia Pucci, ci accusa di avere un rapporto “malsano”.

La parola lesbiche non si pronuncia, ma arde sulle labbra.

Arde e ferisce la mia mamma. La mia mamma semplice, che non vede niente di sbagliato in quelle 2 ragazzine che si tengono per mano mentre crescono insieme.

Non so quanto ne sapessero i suoi e quanto e se ne fossero feriti di quelle parole.

A noi fece male. Questo lo ricordo molto, molto bene.

Mi ci vorranno anni per capire che non c’era nulla di sbagliato. Mi ci vorranno anni, confrontandomi con tutti i miei amori gay non corrisposti, per capire che a quella età se non hai un’amica che ti tiene per mano …sei persa.

Noi ci teniamo per mano.

Ci teniamo per mano difendendoci da tutto ciò che non ci piace veramente. Fino in fondo. O quasi.

Non sappiamo ancora chi saremo e questa accusa ci ferisce: non siamo preparate a difenderci. Sappiamo solo che non è giusta, ma di sicuro, sotto false spoglie, tornerà ancora in tutte le gelosie dei suoi fidanzati.

Io non ne ho, in quel periodo, quindi non sono oggetto di gelosia alcuna.

Sono innamorata dell’amore e di Max.

Gli altri, i tanti altri, quelli che durano una sera o pochi mesi, sono solo comparse.

Da uno di quei fidanzati, quello pericoloso, fugge, temporaneamente: il tempo di una vacanza.

Fugge con me.

Lontano, in quel 1980: in Inghilterra.

Io dovrei studiare, e lo farò, lei ha bisogno di aria. Ha bisogno di 1000 km ed un braccio di mare e……non ci sono ancora i telefonini!

La prima giornata a Brighton è fatta di una fuga davanti al mare. Chissà se lei lo ricorda.

 “I don’t like Mondays” è il sottofondo al nostro frappé clandestino, bevuto davanti a quel mare ed a quel cielo.  Davanti a quel mare che non invita ad immergersi ma che si presenta con un cielo aperto e ventoso.

Un cielo di libertà.

Our Pier.

Quei 29 giorni sono strani ed unici: siamo noi, noi due sole, in un mondo diverso. Un mondo che mi attrae e che lei, a volte, respinge.

Due figlie uniche alle prese con una realtà tutta diversa.

Io ci sono già stata e tutto, tutto patirei pur di rimanere.

Per lei è diverso.

Ama il caldo, e qui fa freddo.

Ama il buon cibo, e qui si mangia da schifo.

Arriva a rimpiangere quel fidanzato che so che non la tratta come lei si merita, che sento non vale abbastanza.

Quelle vacanze sono piene di istantanee divertenti.

Ci vedo a pochi metri da casa a lanciare i “packed lunch” oltre la siepe, con sonore risate.

Il ricordo del succo d’arancia che sa di plastica.

Il rifiuto di mangiare una kidney pie che aveva un odore indescrivibile.

“I’m afraid, Signora, ma noi questa roba la diamo ai cani!”

Forse.

I ravioli in scatola gustati, come fossero nettare degli Dei, sotto un ombrellone aperto per un pallido sole.

Io che brucio con la sigaretta il copriletto della stanza.

La famiglia che ci ospita che chiede di cambiare ospiti: siamo troppo difficili.

I bagni nella Manica: con i nostri costumi colorati che si annegano in quel mare scuro e freddo. Le spiagge di sassi, da cui scendi a mare solo strisciando seduta.

Una gita a Londra con un tempo primaverile che improvvisamente si tramuta in un temporale mai visto prima. Ed io, bagnata come un pulcino, nel coffee shop del Victoria and Albert Museum, addento un sandwich al burro e water cress…e mi rimane il trifoglio tra le labbra: da lì nasce la mia carriera da mucca domestica.

Il suo papà mi aveva già definita Coniglio Domestico mentre, maldestramente, addentavo una foglia di lattuga infinita. Similitudine azzeccata.

Comunque insieme.

Insieme anche quel 2 agosto 1980, su quel bus che ci porta a casa per cena.

Cena: una parola forte.

Alla fermata di Churchill Square sale quel ragazzo, così bello che pare un Dio greco.

Il 2 agosto 1980 scoppia una bomba alla stazione di Bologna.

Una ragazza italiana sul bus è preoccupata.

“Che c’hai?”

“E’ scoppiata una bomba alla stazione di Bologna. Ci sono tanti morti!

“Sei di Bologna?!

“No?”

“E allora! Che ti frega!”

Non è vero, gliene fregava. Lo capirò conoscendolo, ma lì, in quel momento, che altro si poteva dire?

Noi siamo a Brighton- Sussex- Regno Unito e siamo lontane.

Lontane dall’Italia, da Bologna, dalla tragedia di quella bomba.

Senza telefonini.

Arrivano le prime notizie proprio su quel bus.

Ad ogni fermata, si raccoglie un frammento in più.

Notizie rimbalzate da telefonate fatte a casa dai telefoni pubblici con le scorte di monete da 10p.

Brandelli di informazione.

Quel ragazzo, bello come un Dio greco, ci si è appena seduto davanti.

Si gira verso di noi.

Sorride.

“Where do you come from?”

“Dallo stesso paese tuo”

Chi lo ha detto?

Edilia, credo.

Io sono piuttosto plastica davanti a quel genere di bellezza.

“Piacere, Fabio”

E lì, capisco.

Un abbaglio che per la prima volta non parte dal cervello, ma dalla pancia.

Capisco che l’amore può essere anche non solo intellettuale.

Forse.

Fabio sarà la mia ossessione per un bel po’ di tempo.

Edilia mi sarà complice ed avversaria.

In una lotta che ancora non ero pronta a giocare fino in fondo.

Prove di una maturità molto di là da venire.

Per tutte e due.





“Fermo, fermo, fermati lì: chi è quell’attrice?”

“Quale?”

“Quella lì, chi è quell’attrice?”

“Non lo so”

“Quella lì, non sai il nome?”

“No”

Buy: la Buy, ecco come si chiama!

Non so quale fosse il film, ma l’inquadratura era quella giusta.

I suoi stessi occhi, il suo stesso sguardo nervoso ed attento.

Anche la stessa parlata, con quella risata soffocata e vagamente imbarazzata.

È stupido, ma le immagini si sovrappongono, inevitabilmente.

Ed è lei, con tutte le sue nevrosi, la sua pudicizia con gli altri e la sua naturalezza con me: tutto quello che ci ha reso così discutibili, ma così vicine.

La mia amica, quella che provocava tanto senza mai concedersi.

Edilia, la mia amica degli anni più difficili.

Siamo cresciute insieme, veramente.

Senza filtri, senza chilometri di mezzo, forse qualche fidanzato di troppo, ma…siamo cresciute insieme.

Un dettaglio, per gli altri potrà essere un dettaglio, ma non per lei: ho provato tante volte, negli anni, a provare a ballare senza di lei.

Non mi piace ballare da sola!

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