mercoledì 25 novembre 2015



GLI ORCHI (ovvero siamo donne sin da piccole)




Dove siete finiti?
Tanto amore, tante coccole e tanti regali, ma adesso dove siete finiti?
Come potete non accorgervi? Come potete non rendervi conto di cosa sta succedendo?
Un’altra casa.
Un’altra vita.
E’ il 18 gennaio 1968: il giorno del mio 5° compleanno
Cambiamo casa. Cambiamo vita.
Papà è riuscito a sfuggire alla sua cattiva stella, quella che lo aveva inchiodato a terra nel 1958.
Il 18 gennaio 1968 entriamo ufficialmente nella nostra nuova casa.
Mial, via panfilo Castaldi 25. Tel 279941.
Due camere con cucina a vista mi vedono arrivare che cammino ancora un po’ frastornata ed incerta e  mi vedranno uscire molto più che adolescente.
Due camere con cucina a vista, dove imparo a parlare, a crescere, a pensare.
Come fate a non accorgervene?
Non ci son cortili, non ci sono giardini.
Appena un anno dopo ho imparato che per giocare bisogna andare in strada.
Prima un’amichetta e poi un altro, il figlio di quelli che hanno l’albergo a ore di fronte a casa mia e poi altri ancora: andiamo nella stessa scuola ed a quell’età non importa se tuo padre è un operaio, un delinquente od un cameriere. Siamo bambini e siamo tutti uguali in quella strada dove per giocare troviamo mille possibilità. Arriviamo anche a farci un rifugio nel portone di casa mia. Papà non gradisce. Fa niente. E’ così. Sono i nostri spazi, sono i soli che abbiamo in quel centro degradato di Milano che non ci dà alternative.
Come fate a non capire?
La vita scorre tranquilla nel suo tran tran quotidiano: la scuola, il doposcuola, le lezioni di inglese.
La mamma fa la spesa per telefono al Despar della via: ogni sabato arriva un ragazzo che porta sulla spalla una tracolla pesante con dentro l’ordine della mamma. “Sono settemilalire” la spesa della settimana.
Una volta al mese, la mamma va dal parrucchiere a farsi il “cachet”, taglio e piega.
Il parrucchiere è nella via, meno di 20 passi dal nostro portone.
Come fate a non capire?
L’ingresso di servizio del parrucchiere si trova nel cortile della mia amica. Proprio di fronte alla portineria di sua nonna e suo Zio.
E’ un po’ nell’ombra, ma se si è attenti, si può vedere chi entra e chi esce.
Il parrucchiere di quegli anni ha piccole cabine separate: le clienti non si vedono tra loro mentre sono impiastricciate in attesa di magnifici colori.
Non vedono neppure cosa succede nel silenzio della cabina accanto.
La cabina piena di tante boccette colorate, con i tappi tondi, quadrati, i colori delle boccette sono tanti ed il loro profumo è buono…
I bambini sono curiosi.
Le bambine di più.
Quante volte, quante volte mentre la mamma aspetta che il cachet faccia la sua azione, io sono nella cabina di fianco.
Seduta in braccio all’orco che mi rovista sotto i vestiti mentre io guardo le boccette colorate?
Quante volte?
Quante volte sono stata attratta in quel retrobottega, con qualche promessa a cui solo a quell’età puoi credere, per essere issata come un pacco sopra ad un lavandino asciutto per essere toccata, leccata, penetrata con delle dita ossute e vecchie?
Quante volte?
Non lo so.
So solo che scappavo fuori, respiravo aria pulita e mi sistemavo il vestitino.
La mamma non doveva sapere.
Io sapevo che era tutto sporco, ma era colpa mia.
Se la mamma lo avesse saputo mi avrebbe sgridato.
Quando sbaglio, mi sgrida sempre.
La mamma non si è mai accorta di niente, né il papà, né la maestra che doveva guardare i miei disegni, quelli che ancora adesso mi fanno impressione dove io sono enorme di fianco ad una famiglia lillipuziana.
Non ho gridato.
Non mi sono fatta capire.
Era solo colpa mia.
Me la sono portata dentro per quasi 30 anni.
Me la sono portata dietro in ogni sorriso, in ogni momento che ho vissuto.
Me la sono portata dietro in ogni senso di colpa provato solo per essermi sentita donna, attraente ed intelligente.
Ad ogni età.
Me la porto dietro ancora.
1995, quasi alla fine. Sono mesi che in televisione, sui giornali, in radio non si fa altro che parlare dell’affaire Dutroux. In Belgio, un pazzo con relativa consorte hanno brutalizzato e violentato e ucciso svariate bambine.
Mi dà fastidio parlarne.
Mi dà fastidio sentirne parlare.
E’ un fastidio fisico, quasi un dolore.
Qualcosa o qualcuno mi punge ogni volta che se ne parla.
Evito, gentilmente, ogni tipo di commento.
Evito, accuratamente, di esprimere qualsiasi opinione, quasi non ne avessi.
E’ una notte d’autunno. Un sogno. Sogno di me bambina in un angolo, mi tiro giù la gonna ma delle mani ossute, vecchie, sono più forti di me e la alzano. Si infilano nelle mutandine. Toccano, frugano, fanno male. Un respiro affannoso le accompagna. Ho paura!
Mi sveglio.
Sudata e vigile, incredibilmente vigile.
Non è un sogno.
Non era un sogno.
E’ un ricordo, dimenticato, sepolto, ricacciato nel posto più lontano della mia coscienza.
Non esisteva fino a questo momento.
Non era mai esistito.
Non è vero: era lì e lo è stato per tutta la mia vita.
E’ tornato a galla adesso, in questo 1995, adesso che ve ne siete andati tutti e due.
Adesso che sono nuovamente sola come lo ero con quelle mani.
Come avete fatto a non accorgervene?
Era così difficile?
Ero così brava a fare finta di essere quello che voi volevate che fossi?
Senza dolore, senza altro dolore se non quello per il vostro passato negato?
Per la vostra vita incompiuta e per tutte quelle speranze e desideri di cui mi avete caricata?
Sì, ero così brava.
Sono stata così brava perché mi volevate così: una bambina capricciosa e volitiva, ma senza grandi veri problemi.
Non eravate preparati, non eravate pronti: i grandi problemi, quelli veri, quelli della sopravvivenza, li avevate vissuti voi.
Al massimo, io potevo giocare, cadere e sbucciarmi un ginocchio.
Io dovevo essere il riscatto, il frutto felice di un unione un po’ bislacca: dovevo essere felice, prima di tutto.
Colma di attenzioni e doni, soprattutto quando erano sinonimi.
Mi guardavate e ri-nascevate in me!
Sono stata la bambina con i vestitini da bambola ed i cerchietti tra i capelli che la mamma non ha potuto essere, tutta borotalco e punto smock.
Sono stata il bambino chinato sui libri, che si mordeva le labbra cercando di capire, accompagnato da un papà premuroso che il mio papà non aveva quasi conosciuto.
Come potevo dirvi qualcosa?
Come potevo deludervi?
Cercavate in me tutto quello che non avevate potuto essere.
Per voi ero perfetta, quindi se uno sbaglio era stato commesso non poteva essere vostro.
“Sono come tu mi vuoi”, mi descrivo spesso così e forse è in quel tempo che tutto è iniziato.
Dopo quel sogno, da quel sogno tutto è cambiato.
La notte non dormo più: il buio mi fa stare sveglia.
Il sonno arriva puntuale con la luce, insieme alla certezza che qualcuno sta vegliando su di me.
Penso di essere in buone mani: me lo avete detto anche voi tante volte.
Non ho ancora imparato a rispettarmi veramente e fino in fondo, anche se qualcuno cerca di insegnarmelo, giorno dopo giorno.
Siamo quasi a 10000 giorni: prima o poi lo imparerò.
S.M.


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