domenica 13 dicembre 2015



14.12.1991



E’ una settimana strana: la mamma, la mia mamma, ha un’influenza che non vuole passare. Non ci sono antibiotici, riposo o brodini che tengano: non passa. Non ha voglia di fare niente ed io non riesco a capire. Di solito, è combattiva, battagliera. Non questa volta. Io continuo la mia vita di sempre: casa, lavoro, deviazione la sera a casa dei miei, preparo la cena per loro , ma lei non mangia, e poi si replica una volta ancora a casa mia.

E’ morto da poco Freddy Mercury e le radio rimandano all’infinito i brani del suo ultimo album: bella musica, anche se un po’ troppo pregna della fine imminente.

La sera, tra casa e lavoro, mi fa compagnia: le casse “a palla” mi aiutano a superare la stanchezza e a non fare caso a questa nebbia opprimente.

La nebbia a Milano è scomparsa da qualche anno, ma in questo 1991 è ritornata invadente: è giovedì e faccio fatica a trovare quella strada conosciuta.

La strada di casa.

Di casa, perché la casa della mamma è ancora casa mia, nonostante tutto. Nonostante ne sia uscita già da tre anni.

Abitudini affettive? Forse iniziano così.

Ho comprato dei tortellini: chissà mai che possano stimolare un minimo di appetito.

Arrivo.

Saluto.

Mio padre è assente, come sempre.

La mamma è a letto: si alza solo a brodino e tortellini preparati.

Rimesta nel piatto.

Beve il brodo e lascia i tortellini, “Non ho fame, non mi vanno giù”: bella soddisfazione, mi sono scapicollata per trovarli freschi e buoni.

Mi guarda. ”Sei stanca. Sei proprio stanca: vai a casa a riposare!”

“Ci vediamo domani?”
“Stai tranquilla, vieni sabato”

E’ venerdì, dall’ufficio, mi affanno a chiamare il medico per capire cosa sta succedendo: non ho mai visto la mia mamma così abbattuta. Per un’influenza, poi. E così, dopo varie insistenze al limite dell’insulto, scopro che non è proprio un’influenza, forse una polmonite. Scpro che la mamma è molto debole, ma che con le opportune medicine ed un po’ di riposo, si riprenderà…sarà più lunga di un’influenza, chiaramente.

“Grazie per avermi avvisato!”

“Non conoscevo il suo numero”

Ma se mi hai avuto tra i tuoi pazienti fino a ieri!

Domani è sabato e mettiamo le cose in ordine: almeno per due giorni me la tengo sotto controllo!

Sabato mattina mi presento a casa.

Sono qui per aiutare!

Improvvisamente, non so da dove inziare: per la prima volta mi accorgo che da tre anni, qui è tutto lasciato andare. Io non ci sono più e non si salvano neppure le apparenze.

Arieggio una stanza da letto chiusa da troppo tempo, cambio le lenzuola, pulisco il bagno e poi, poi la cucina: come si fa a cucinare così? Pulisco, riparo, ripulisco e poi cucino: mia madre mi guarda stranita. “Adesso vorrei riposare”

“Non c’è problema, mentre riposi, faccio un salto all’IKEA a prendere un paio di cose che servono”.

Per tanti anni non riuscirò più ad andarci all’IKEA.

Le rimbocco le coperte, accendo la TV per papà ed esco.

Torno alle 18.30, forse qualche minuto dopo. Apro la porta e sento un respiro pesante, pesantissimo.

“Mamma!”

“Chiama qualcuno, non riesco a respirare! L’ho detto a lui ma non mi ascolta” 

Papà è in un altro mondo: come ti può sentire?

Ho un sacchetto in mano.

E’ per terra.

Davanti alla porta d’ingresso c’è il telefono: Guardia medica.

Una voce anonima risponde ed io spiego.

Spiego che la mia mamma ha l’influenza, anzi no la polmonite, che si sta curando, che oggi stava meglio ma che adesso…il respiro è talmente forte che non sento cosa mi dice…o meglio “Respira ancora?”  Ma certo che respira, mandate qualcuno!”

Passano pochi minuti, arriva un’ambulanza, entra un medico. La visita, la ausculta e mi dice che il peggio è passato, ma è meglio portarla in pronto soccorso per controlli.

Va bene.

Lei, che aveva sempre tenuto una camicia da notte “buona” per l’ospedale, mi guarda con il mio maglione rosa addosso, quello che io non metto più perché è infeltrito, e mi chiede “Vieni anche tu, vero?”

“Certo, avviso Marco per il papà”: non possiamo lasciarlo da solo.

In tutto questo trambusto lui è assente. Non gira neanche il capo quando lei esce dalla porta su di una barella. Ed io dietro.

L’ambulanza: non ero mai stata su di un’ambulanza.

La caricano. Mi aiutano a salire e a sedermi di fianco. Una mascherina sul volto. L’ossigeno.

Da dentro il rumore della sirena è diverso. Ovattato. Lo sento entrare nel cervello ed amplificarsi, come se fossi fuori.

Lei non lo sente. Respira. Più calma. Respira da quella mascherina di plastica, con gli occhi chiusi.

L’ospedale più vicino è a dieci minuti di macchina, ci dirigiamo lì.

A pochi istanti dall’arrivo, la mamma apre gli occhi, mi guarda, con la mano allontana la mascherina miracolosa dal viso: “Basta, basta, sono stanca”.

Arriviamo al San Paolo in codice rosso, ma questo lo avrei capito solo dopo.

Giù dall’ambulanza, dentro, di corsa. La barella scompare dentro un cubicolo, dove io non posso entrare. Esce un medico, mi fa delle domande. Rispondo. Rientra. Si apre la porta del cubicolo e vedo mia madre con i seni scoperti e la testa abbandonata di lato. Si richiude la porta. Minuti, secoli, attimi.

Lo spazio di una vita.

20 minuti reali.

“Signora, sua madre non ce l’ha fatta. Questa è la sua fede nuziale”

Sento il pavimento molle, un rantolo mi viene alla gola e sto male, male, male “La mamma no, non la mamma!” e adesso?

E papà?

Ed io?

Ed ancora io?

Con la fede nuziale in mano e non so quante gocce di calmante che mi hanno dato a tradimento, ho telefonato a casa, alle cugine a qualcuno che mi venisse a prendere e non mi lasciasse sola: sola con la mamma morta.

Non ho chiamato papà: glielo dirò, anche se non capirà esattamente cosa vuol dire.

Ho lasciato Marco con lui: non può stare da solo.

Io sono andata a casa ed ho stracciato tutte le letterine d’amore da adolescente che avevo scritto nei miei ventotto anni di vita.

Mi sembra di avere la testa vuota, incapace di pensare e di agire.

Sento la voce della mamma: “No sta lì a piattulala

Show must go on, dice la canzone che ho sentito tante volte queste sere nella nebbia.

Non piango.

Ho ripreso a vivere il mattino dopo: come se nulla fosse successo.

No, non ho pianto.

Non c’era tempo per soffrire.

S.M.

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