martedì 1 dicembre 2015



MAX



“E’ tornato Massimo!”

Ah sì? E suo fratello?

A me di Massimo non importa un granché, non capisco tutta questa eccitazione.  Sono partiti, improvvisamente, qualche anno fa: erano piccoli come me o forse un po’ più grandi.

Di quegli ultimi giorni a Milano ricordo una casa in disarmo, come una nave, e la musica di un disco ossessivamente suonato e risuonato.

“La lontananza sai è come il vento. Che fa dimenticare chi non ti ama…”

Massimo era troppo grande, troppo grande per me, almeno.

A me piaceva suo fratello: quello biondo. Bello, biondo e con il frangione come i bambini della pubblicità.

Quando ce lo permettevano, giocavamo insieme. Giocare è una parola grande: di quei giochi ne porto ancora un segno. Poco prima che partissero, gli operai avevano già tirato via la moquette rosa e silenziosa delle camere della sua mamma e noi correvamo, correvamo in tondo.

O meglio, lui mi correva dietro.

Sono caduta: un chiodo (la mamma mi ha corretto: una vite era una vite) sporgeva ed io ci sono caduta sopra. Una mira unica: chiodo, gamba.  Non è che ricordi molto a parte un sacco di lacrime. Anche un discreto quantitativo di sangue. Adesso ricordo per proprietà transitiva: ho una cicatrice e quindi ricordo.

Mal d’amore infantile.

Massimo non giocava mai con noi.

Eravamo troppo piccoli? Forse.

Lui studiava.

Per definizione, direi.

Io ero piccola, forse in prima elementare.

Lui andava alle medie!

Suo fratello alle elementari.

Comunque, Massimo è tornato e mia mamma è tutta agitata.

Lo ha invitato a pranzo. Una pizza “della Tina”. Ha spedito papà dalle sue sorelle.

Mi ha chiesto di chiederti di venire a pranzo: vuole tanti ragazzini insieme.

Anche la mamma ha le sue insicurezze.

E’ primavera.

E’ sabato.

Usciamo da scuola pigramente e altrettanto pigramente ci dirigiamo verso casa.

Ti ho spiegato che viene questo ragazzo che conosce la mamma e che ha un fratello bellissimo.

Nulla di più.

Cosa ti racconto?

Che la mamma mi portava da piccola a casa loro per stirare i vestiti della loro mamma? 

Che la mia mamma era la loro guardarobiera a ore?

No, non ce la faccio ancora.

Un giorno ti spiegherò fino in fondo da dove vengo e chi sono: adesso è troppo presto.

Parliamo, fin davanti a casa.

Campanello.

Cancello industriale che si apre.

La mamma.

“Ciao”

“Ciao, è arrivato!”

Ma quanta attenzione per quel bambino malmostoso!

Fosse stato il fratello, capirei!

Invece no, quell’altro è rimasto a Roma!

14 scalini devo salire per entrare in casa.

4 passi, forse 5, per entrare in cucina.

Max è lì.

Non è più il bambino malmostoso che ricordavo: davanti a me un ragazzo troppo alto, con le braccia troppo grandi.

Mi guarda e sorride. “Paola?”

Sì, chi pensi che sia?

Si avvicina, si china e mi abbraccia.

Si china perché io sono tanto, tanto piccola di fronte a lui.

Incrociamo lo sguardo: non saprò che cosa vede lui.

Io vedo due occhi profondi e vivi. Uno sguardo profondo ed intenso, dove ancora non so che andrò a perdermi.

Balbetto qualcosa.

Ti presento.

Si presenta e dice il suo cognome: strascicando le parole e con una erre arrotata che non ricordavo. Che buffo, non la ricordavo proprio.

Mangio quella pizza senza mai distogliere l’attenzione; ascolto come racconta i suoi anni di esilio romano, la sua voglia di tornare, le sue passioni, la facoltà di filosofia dove si è appena iscritto, le notizie sulla sua mamma e sul fratello (ha un fratello? Davvero?).

Ascolto. Bevo ogni parola e ne attendo un’altra.

È la prima volta che incontro un adulto intrigante.

Ci sono gli amici di mio cugino, ma questa è un’altra cosa: questo è un adulto in esclusiva, lo conosco io, io per prima.

Tu non esisti quel giorno.

Non ricordo nulla di quello che facciamo dopo che lui ci saluta e se ne va.

Lo cerco dopo qualche giorno, dopo essermi straziata di dubbi adolescenziali sull’opportunità di quella telefonata.

“Vorrei vederti!” e lui accetta.

Quella sera, davanti al Parini c’è una Mini Minor rossa ferma ad aspettarmi.

Mi sento grande, bella ed importante.

Max non sa ancora, e forse non lo capirà mai, che sta per diventare il mio primo vero amore.

Il primo amore, quello pulito, puro, assoluto.

Ancora oggi, penso e spero che abbia capito di essere stato il mio Mentore, di avermi aperto la mente, la voglia di conoscere e capire. Di avermi aiutato a capire che bisogna cercare di pensare compiutamente, suggerendomi sempre diversi punti di vista di osservazione.

Di noi stessi e della realtà che ci circonda.

Penso che la mia adolescenza sia iniziata ufficialmente quel giorno.

……….

Da quel mezzogiorno con pizza è passato qualche tempo.

Io cresco e dal pulcino che ero, pare stia diventando un pulcinotto: per il cigno ci vorranno tanti anni ancora.

Continuiamo a vederci.

Io sono sempre follemente innamorata, come solo un’adolescente può essere.

Parla francese? Il mio francese sarà perfetto.

Studia filosofia? E di filosofia devo capire (niente male, però!).

Storia? E studiamola insieme per capire meglio cosa succede oggi.

E politica, e teatro, e cinema. E qualsiasi cosa purché mi possa degnare di un suo sguardo d’interesse o approvazione.

Adolescenza.

Per fortuna ho incontrato Max: e se me ne fosse capitato uno tutto discoteca e il nulla cerebrale?

Ne ho incontrati tanti, in realtà, ma nessuno ha retto il paragone.

L’ho eletto ad emblema del meglio assoluto.

Mi ha fatto bene, lo sento.

Ma sono innamorata e mi respinge. Ed io non capisco.

Sparisce.

Sparisce dalla casa che conoscevo. Riemerge qualche mese dopo. Un sacco di chilometri lontano. A quattordici anni anche pochi chilometri pesano. Telefono, non mi risponde. Sento 1000 voci che lo negano. Tanti amici. Tutti lo negano. Mi detta delle regole. Orari di telefonata, tempi. Ma come: ci sentivamo quando e come volevamo. Parlavamo di qualsiasi cosa ed a qualunque ora. Che cosa succede? Continuo a non capire. E insisto, insisto.

Oggi sarei definita una stalker.

In quel momento ero solo un’adolescente senza più punti di riferimento.

E’ suo fratello, quello biondo, quello bello, che in una calda sera di estate, dopo una fuga in motorino con l’amica del cuore del momento, prova a spiegarmi per bene cosa sta succedendo.

Max non me lo dirà mai.

Non mi amerà mai.

Non come voglio io, almeno.

Non perché io non lo meriti. Non perché non mi vuol bene.

Non mi amerà mai perché non può amarmi.

Punto.

C’è un altro nella sua vita.

Io non avrei mai potuto esserci.

Se chiudo gli occhi, sento persino gli odori di quella sera d’estate passata sui gradini della sua vecchia casa.

Sento le mani di suo fratello che prendono le mie. “Paola, ti vuole bene, ma lascialo tranquillo. Lascialo vivere la sua vita.”

Una sera d’estate con una brezza che a Milano non capita spesso di avere.

Un senso di vuoto nello stomaco che ancora non so cosa vuol dire.

Torniamo a casa, la mia amica ed io, sul suo motorino.

Nella notte percorriamo strade che oggi non farei più: a quindici anni sei immortale!

Nessun pericolo.

A casa.

Sola.

Mi sdraio a letto.

Non mi ha mai amato come io l’ho amato.

Una rabbia immensa.

Non capisco. Non mi hanno preparata. Non sono preparata a capire che ho perso in una gara dove non potevo partecipare. Non sono pronta.

Tornerò da lui per capire meglio.

Perché io devo capire: per accettare devo capire.

Un brutto vizio che mi è rimasto addosso

Da quella sera, e per molti anni, i miei incontri con gli amori diversi sono stati frequenti.

Anche troppo.

A quindici anni non apprezzi la bellezza di una relazione con chi non t’insidierà mai e sarà sempre vero con te.

A quindici anni ti senti inadeguata.

Poi capisci.

Poi.

Magari troppo tardi.

Io lo avrei amato comunque: quell’amore puro e vero aveva un suo perché sin dall’inizio.

Mi manca, oggi come ieri e come l’altro ieri.

Mi manca la sua presenza, la sua voce, il suo sguardo e la sua risata con la testa leggermente inclinata all’indietro.

Mi manca anche se è sempre qui con me.

S.M.

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