“E’ tornato
Massimo!”
Ah sì? E suo
fratello?
A me di
Massimo non importa un granché, non capisco tutta questa eccitazione. Sono partiti, improvvisamente, qualche anno
fa: erano piccoli come me o forse un po’ più grandi.
Di quegli
ultimi giorni a Milano ricordo una casa in disarmo, come una nave, e la musica
di un disco ossessivamente suonato e risuonato.
“La
lontananza sai è come il vento. Che fa dimenticare chi non ti ama…”
Massimo era
troppo grande, troppo grande per me, almeno.
A me piaceva
suo fratello: quello biondo. Bello, biondo e con il frangione come i bambini
della pubblicità.
Quando ce lo
permettevano, giocavamo insieme. Giocare è una parola grande: di quei giochi ne
porto ancora un segno. Poco prima che partissero, gli operai avevano già tirato
via la moquette rosa e silenziosa delle camere della sua mamma e noi correvamo,
correvamo in tondo.
O meglio,
lui mi correva dietro.
Sono caduta:
un chiodo (la mamma mi ha corretto: una vite era una vite) sporgeva ed io ci
sono caduta sopra. Una mira unica: chiodo, gamba. Non è che ricordi molto a parte un sacco di
lacrime. Anche un discreto quantitativo di sangue. Adesso ricordo per proprietà
transitiva: ho una cicatrice e quindi ricordo.
Mal d’amore
infantile.
Massimo non
giocava mai con noi.
Eravamo
troppo piccoli? Forse.
Lui
studiava.
Per
definizione, direi.
Io ero
piccola, forse in prima elementare.
Lui andava
alle medie!
Suo fratello
alle elementari.
Comunque,
Massimo è tornato e mia mamma è tutta agitata.
Lo ha
invitato a pranzo. Una pizza “della Tina”. Ha spedito papà dalle sue sorelle.
Mi ha
chiesto di chiederti di venire a pranzo: vuole tanti ragazzini insieme.
Anche la
mamma ha le sue insicurezze.
E’
primavera.
E’ sabato.
Usciamo da
scuola pigramente e altrettanto pigramente ci dirigiamo verso casa.
Ti ho
spiegato che viene questo ragazzo che conosce la mamma e che ha un fratello bellissimo.
Nulla di
più.
Cosa ti
racconto?
Che la mamma
mi portava da piccola a casa loro per stirare i vestiti della loro mamma?
Che la mia
mamma era la loro guardarobiera a ore?
No, non ce
la faccio ancora.
Un giorno ti
spiegherò fino in fondo da dove vengo e chi sono: adesso è troppo presto.
Parliamo,
fin davanti a casa.
Campanello.
Cancello
industriale che si apre.
La mamma.
“Ciao”
“Ciao, è
arrivato!”
Ma quanta
attenzione per quel bambino malmostoso!
Fosse stato
il fratello, capirei!
Invece no,
quell’altro è rimasto a Roma!
14 scalini
devo salire per entrare in casa.
4 passi,
forse 5, per entrare in cucina.
Max è lì.
Non è più il
bambino malmostoso che ricordavo: davanti a me un ragazzo troppo alto, con le
braccia troppo grandi.
Mi guarda e
sorride. “Paola?”
Sì, chi
pensi che sia?
Si avvicina,
si china e mi abbraccia.
Si china
perché io sono tanto, tanto piccola di fronte a lui.
Incrociamo
lo sguardo: non saprò che cosa vede lui.
Io vedo due
occhi profondi e vivi. Uno sguardo profondo ed intenso, dove ancora non so che
andrò a perdermi.
Balbetto
qualcosa.
Ti presento.
Si presenta
e dice il suo cognome: strascicando le parole e con una erre arrotata che non
ricordavo. Che buffo, non la ricordavo proprio.
Mangio
quella pizza senza mai distogliere l’attenzione; ascolto come racconta i suoi
anni di esilio romano, la sua voglia di tornare, le sue passioni, la facoltà di
filosofia dove si è appena iscritto, le notizie sulla sua mamma e sul fratello
(ha un fratello? Davvero?).
Ascolto.
Bevo ogni parola e ne attendo un’altra.
È la prima
volta che incontro un adulto intrigante.
Ci sono gli
amici di mio cugino, ma questa è un’altra cosa: questo è un adulto in
esclusiva, lo conosco io, io per prima.
Tu non
esisti quel giorno.
Non ricordo
nulla di quello che facciamo dopo che lui ci saluta e se ne va.
Lo cerco
dopo qualche giorno, dopo essermi straziata di dubbi adolescenziali sull’opportunità
di quella telefonata.
“Vorrei
vederti!” e lui accetta.
Quella sera,
davanti al Parini c’è una Mini Minor rossa ferma ad aspettarmi.
Mi sento
grande, bella ed importante.
Max non sa
ancora, e forse non lo capirà mai, che sta per diventare il mio primo vero
amore.
Il primo
amore, quello pulito, puro, assoluto.
Ancora oggi,
penso e spero che abbia capito di essere stato il mio Mentore, di avermi aperto
la mente, la voglia di conoscere e capire. Di avermi aiutato a capire che
bisogna cercare di pensare compiutamente, suggerendomi sempre diversi punti di
vista di osservazione.
Di noi
stessi e della realtà che ci circonda.
Penso che la
mia adolescenza sia iniziata ufficialmente quel giorno.
……….
Da quel
mezzogiorno con pizza è passato qualche tempo.
Io cresco e
dal pulcino che ero, pare stia diventando un pulcinotto: per il cigno ci
vorranno tanti anni ancora.
Continuiamo
a vederci.
Io sono
sempre follemente innamorata, come solo un’adolescente può essere.
Parla
francese? Il mio francese sarà perfetto.
Studia
filosofia? E di filosofia devo capire (niente male, però!).
Storia? E
studiamola insieme per capire meglio cosa succede oggi.
E politica,
e teatro, e cinema. E qualsiasi cosa purché mi possa degnare di un suo sguardo
d’interesse o approvazione.
Adolescenza.
Per fortuna
ho incontrato Max: e se me ne fosse capitato uno tutto discoteca e il nulla
cerebrale?
Ne ho
incontrati tanti, in realtà, ma nessuno ha retto il paragone.
L’ho eletto
ad emblema del meglio assoluto.
Mi ha fatto
bene, lo sento.
Ma sono
innamorata e mi respinge. Ed io non capisco.
Sparisce.
Sparisce
dalla casa che conoscevo. Riemerge qualche mese dopo. Un sacco di chilometri
lontano. A quattordici anni anche pochi chilometri pesano. Telefono, non mi
risponde. Sento 1000 voci che lo negano. Tanti amici. Tutti lo negano. Mi detta
delle regole. Orari di telefonata, tempi. Ma come: ci sentivamo quando e come
volevamo. Parlavamo di qualsiasi cosa ed a qualunque ora. Che cosa succede?
Continuo a non capire. E insisto, insisto.
Oggi sarei
definita una stalker.
In quel
momento ero solo un’adolescente senza più punti di riferimento.
E’ suo
fratello, quello biondo, quello bello, che in una calda sera di estate, dopo
una fuga in motorino con l’amica del cuore del momento, prova a spiegarmi per
bene cosa sta succedendo.
Max non me
lo dirà mai.
Non mi amerà
mai.
Non come
voglio io, almeno.
Non perché
io non lo meriti. Non perché non mi vuol bene.
Non mi amerà
mai perché non può amarmi.
Punto.
C’è un altro
nella sua vita.
Io non avrei
mai potuto esserci.
Se chiudo
gli occhi, sento persino gli odori di quella sera d’estate passata sui gradini della
sua vecchia casa.
Sento le
mani di suo fratello che prendono le mie. “Paola, ti vuole bene, ma lascialo
tranquillo. Lascialo vivere la sua vita.”
Una sera
d’estate con una brezza che a Milano non capita spesso di avere.
Un senso di
vuoto nello stomaco che ancora non so cosa vuol dire.
Torniamo a
casa, la mia amica ed io, sul suo motorino.
Nella notte
percorriamo strade che oggi non farei più: a quindici anni sei immortale!
Nessun
pericolo.
A casa.
Sola.
Mi sdraio a
letto.
Non mi ha
mai amato come io l’ho amato.
Una rabbia
immensa.
Non capisco.
Non mi hanno preparata. Non sono preparata a capire che ho perso in una gara
dove non potevo partecipare. Non sono pronta.
Tornerò da
lui per capire meglio.
Perché io
devo capire: per accettare devo capire.
Un brutto
vizio che mi è rimasto addosso
Da quella
sera, e per molti anni, i miei incontri con gli amori diversi sono stati frequenti.
Anche
troppo.
A quindici
anni non apprezzi la bellezza di una relazione con chi non t’insidierà mai e sarà
sempre vero con te.
A quindici
anni ti senti inadeguata.
Poi capisci.
Poi.
Magari
troppo tardi.
Io lo avrei
amato comunque: quell’amore puro e vero aveva un suo perché sin dall’inizio.
Mi manca,
oggi come ieri e come l’altro ieri.
Mi manca la
sua presenza, la sua voce, il suo sguardo e la sua risata con la testa
leggermente inclinata all’indietro.
Mi manca
anche se è sempre qui con me.
S.M.
Nessun commento:
Posta un commento