domenica 4 ottobre 2015


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Terence si svegliò quella mattina
 
 
E suonò il telefono.

Alle 8 o giù di lì

Suonò ed a quei tempi suonava.

Quel bel telefono grigio in anticamera suonava, eccome se suonava.

La mamma rispose, quasi imbarazzata.

Lei era intenta ad allungare le sopracciglia: bagliori di anni 80 che si sarebbe portata dietro per sempre

“Pronto”

“ti devo vedere, subito”

Avevano lezione alle 10, sarebbe comunque passato a prenderla.

A lei serviva un po’ di tempo in più

Il tono non ammetteva repliche

“Va bene, quando vuoi”

Era già lì, era già sotto casa.

Riprese quelle ciglia irriverenti, si mise addosso un qualcosa che avesse un senso e scese.

Era li.

Motore acceso di una Diane  azzurra che solo 30 anni dopo viene vista come un mito

Motore acceso di una Diane e sigaretta d’ordinanza già spenta.

Ed un’altra pronta fra le labbra.

Tensione che neanche l’aria riesce a scalfire.

Attraversò la strada di corsa: era un’urgenza, ma non sapeva quale

Mise la marcia e partirono in silenzio fino al bar dove potevano parlare

Liberi e soli.

Parlò, parlò di parole a vuoto.

Parlò di luoghi e di persone, di sensazioni e di paure.

Parlò di sé.

Davanti a quel latte macchiato senza schiuma, lei fu testimone della sua catarsi.

Aveva vissuto un’adolescenza a pane, politica e “Candy Candy” ogni rientro a casa.

Un Terence per ciascuna di noi

E lui era Terence

Lo era stato per tutta quella miriade di fanciulle della sua scuola.

Tutte le avevano parlato di lui.

Tutte: era praticamente un mito.

Non lo aveva mai incontrato in tutti quegli anni.

Una specie di icona in quell’istituto femminile disseminato di ormoni a perdere.

Lo aveva incontrato dopo, un poco più disincantata.

Si erano avvicinati per la comune inadeguatezza a quel luogo: UNIVERSITA’------ma siamo sicuri che siamo noi ad essere qui?

Lontani dagli echi di quei 5 anni così vicini e così lontani, si erano ritrovati.

E lei era fiera di quella compagnia che le era sempre così vicina.

Così vicina da sembrare anche altro.

Adesso era lì: ore 8.30, davanti ad un latte macchiato nel bar di fianco al cinema Massimo.

Era lì, che provava a non muovere un dito mentre lui si trasformava,

Non era più Terence, nonostante i suoi capelli lunghi e neri, nonostante gli occhi da cerbiatto: non lo sarebbe stato mai più.

Si trasformava davanti a lei.

Bevve il suo latte macchiato.

Si strinsero le mani

Per sempre

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