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Guidava silenziosa.
Da soli non c’è molto da parlare.
Ascoltava la radio, quella solita trasmissione serale un po’
volgare, ma che le faceva increspare le labbra in un sorriso. No, non era
neanche tanto volgare: la vita vera lo era sempre di più.
Provocazioni, in fin dei conti erano provocazioni e la
faceva sorridere sentire come l’ominide medio abboccava.
A volte era agghiacciante: sentiva le voci arrivare dalle
provincie più lontane e sostenere teorie folli in virtù di chissà quale logica.
I due “gigioni” in onda aizzavano il pubblico e quello che
la divertiva era sentire il pubblico che rispondeva senza capire il gioco.
Ci voleva intelligenza, forse.
La violenza che arrivava dagli altoparlanti era incredibile:
se fossero stati in un antico Circo, gli stessi che telefonavano avrebbero
gridato “a morte”, senza saperne il perché.
Quella sera le voci erano in sottofondo.
Le facevano male gli occhi: poco sonno, forse.
Guidare le era sempre piaciuto: era un momento di silenzio e
di concentrazione tutto suo. In particolare
le piaceva all’alba o all’imbrunire: quando tutto cambia allo sguardo. Il pensiero
diventa più attento o più profondo. La luce o la sua assenza le erano
familiari.
Non quella sera.
Guidava e basta; pilota automatico con la mente libera
La testa vuota come un alveare abbandonato: solo qualche
ronzio qua e là.
Di ritorno da una visita parenti non programmata con la
consapevolezza di non sapere quante ancora ce ne sarebbero state.
Ripercorreva a ritroso la stessa strada fatta centinaia di
volte con la gioia nel cuore: quella parte di famiglia aveva abitato quella
zona da sempre e lei andava lì a cercare conforto. Non guidava allora, ma c’erano i bus, le metro,
le biciclette: era un percorso sempre nuovo. Sempre lo stesso.
Frenò di colpo. Non aveva visto il semaforo che mutava al
rosso.
Gli occhi le si erano annebbiati.
Un momento di distrazione passò dopo una frazione di secondo:
un claxon furioso la fece riprendere.
Proseguì sulla sua strada e i pensieri proseguirono altrove:
ritrovò la serenità che quell’ultima parente “grande” ancora le comunicava. La sua
gioia di vivere ancora presente, anche se intaccata dal tempo.
I lineamenti si rilassarono.
Sul rettilineo verso casa, sollevò l’aletta parasole e
guardò in alto. Nubi nere tutt’intorno,
al centro del suo sguardo uno squarcio di azzurro: un’idea di cielo.
Parcheggiò sotto casa, proprio davanti a quell’occhio
azzurro contornato dalle sagome nere dei rami del viale.
Abbracciò il volante: era arrivata, era stanca.
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