Quanto manca?
Poche ore e qualche minuto ed ancora una volta si metterà in
scena, sulla mia scena personale, una commemorazione del tutto privata.
Nell’ottobre del 1963, avevo pochi mesi: 9 per la precisione
e non ancora compiuti. Per una volta, posso dire “Non ricordo”. Non ricordo il
fatto né alcuna reazione reale all’accaduto. La strage avvenne, ma io non c’ero
a sentire, a capire, a raccogliere le sensazioni di quel momento. Il dolore.
Eppure, sono legata intimamente a quei fatti e non solo perché
sono al limite della mia terra.
La parola Vajont entrò di prepotenza nel nostro lessico
familiare. Sempre usata per descrivere un disastro, una tragedia, qualunque
apocalisse si presentasse nel tempo a venire.
Non mi fu raccontata la genesi dei fatti e le scellerate
scelte che portarono a quel disastro, ma l’effetto fu talmente violento da
diventare il punto di paragone di ogni nuova catastrofe.
Come il Vajont, peggio del Vajont, meglio del Vajont: quasi
un’unità di misura della tragedia.
Crescendo, mi colpiva il fatto che il Vajont era considerato
il peggio che potesse essere mai capitato. La mia famiglia aveva vissuto la
guerra e non l’avevano dimenticata, ma non ne parlavano spesso. Il terrore era
stato spezzettato in tanti dolori privati, pudicamente trattenuti per poter
sopravvivere. La tragedia del Vajont andava oltre alla follia di popoli armati
e di morti innocenti. Non erano più tempo
di guerra ed in tempo di pace, quel fatto rappresentò tutto l’orrore possibile.
Non c’erano più nemici. Non doveva accadere.
Più grande, conobbi le trame di denaro ed affari che si
erano intrecciate con un Monte Marcio ed un torrente che colava a picco sull’umanità.
In ogni caso, non c’era spiegazione umanamente accettabile.
Mi è rimasto dentro quel nome.
Mancano poche ore e una manciata di minuti prima del silenzio.
Totale. Assoluto.
Si sente appena un filo di vento.
S.M. tdr 09/10/16

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